Alberto (Clik immagine)A Roma l'atmosfera è tesa. Blindati e forze dell'ordine in tenuta anti sommossa, i ringhiosi si riuniscono in gruppi urlanti per impedire ai Camerati di ricordare la Strage di Acca Larentia. Tutti i camerati cercano di convergere verso Acca Larenzia con cortei spontanei. La reazione dei tutori dell'ordine è immediata, feroce e spietata. Partono dei colpi d'arma da fuoco: Alberto (17 anni) cade ferito a morte alla nuca
La sera stessa dell'assassinio i telegiornali di regime trasmisero la notizia dipingendo Gianquinto come armato e pericoloso e fermato da un coraggioso agente di polizia, poi per altro condannato per quest'assassinio da un tribunale di questa repubblica.
Poca importanza dette l’opinione pubblica all’autopsia e alle innumerevoli testimonianze che smentirono la versione ufficiale, la quale sosteneva che Alberto fosse armato, e che il "tutore dell’ordine" avesse "solo" risposto al fuoco del ragazzo, un fuoco ed un’arma che esistevano solo nelle menti di chi architetto quella ignobile messinscena.
A tale proposito vi è la testimonianza di un militante di Democrazia Proletaria, che assistette all’omicidio, ed ebbe a dire quanto segue: "Poi ho
Alberto viene accompagnato nell'Ultimo viaggiosentito lo sparo ed ho visto un ragazzo a terra. Stava morendo, ma quei tipi hanno allontanato tutti i cittadini che volevano portargli soccorso; lo hanno lasciato sul selciato per più di venti minuti scosso come da brividi di freddo. Ricordo come tremasse quel corpo. Non aveva pistole né vicino né lontano da lui, quel ragazzo non aveva fatto niente per morire così! Noi siamo nemici del fascio però mica siamo assassini!".
Dopo due ore di agonia, Alberto muore, mentre tre solerti agenti di pubblica sicurezza piombano in casa sua alla ricerca di chissà cosa; non trovano niente, se ne andranno scornati.
Alla memoria del giovane Giaquinto fu intitolata una sezione del F.d.G. milanese, poi conosciuta come "La Giaquinto" che fu molto attiva tra la fine degli anni 70 fino al 82 con sede in Viale Murillo. La stessa "Giaquinto" pubblicò per qualche tempo una rivista militante. La particolarità della Giaquinto era che l'iscrizione non era determinata dalla residenza, ma da altre considerazioni e la decisione era assunta in piena e totale autonomia dal segretario del Fronte. Alla sezione Giaquinto erano iscritti ragazzi di molte città lombarde.
Di rilevo l'intervento di Intervento di Almirante in occasione dell'omicidio di Giaquinto e un bellissimo articolo su Archivio Lorien su Giornale d'Italia a firma Micol Paglia 06/01/2014
Ad Alberto Michele di Fiò dedicò una canzone "Italia"
Caduto sul Campo dell'Onore
Alberto Giaquinto ucciso dalle forze di sicurezza dello stato
E' il 10 Gennaio 1979, un anno dalla strage di Via Acca Larentia, cade colpito alla nuca Alberto Gianquinto, aveva 17 anni.
E’ passato un anno dalla strage di Acca Larenzia e i colpevoli sono ancora liberi di colpire impunemente. Contro questo stato di cose il Fronte della Gioventù ha organizzato varie manifestazioni di protesta in varie parti della città.
Gli animi sono caldi e la situazione è molto tesa. Nel quartiere Centocelle l’obiettivo della manifestazione è una sede della DC, scelta come simbolo del potere politico dominante, di quel sistema da combattere in quanto fonte di tante angherie e ingiustizie.
Tra i militanti presenti c’è Alberto Giaquinto, un ragazzo di 17 anni. Al termine della manifestazione, che si è svolta senza incidenti, sopraggiunge una macchina civile della polizia, dalla quale scendono due agenti in borghese.
Uno di loro, Alessio Speranza, si inginocchia e prende la mira, sparando sul gruppo di ragazzi che si stavano allontanando: ad essere colpito è Alberto, che viene lasciato per venti minuti in agonia sull’asfalto.
Caduto per la Rivoluzione (Clik immagine)La versione ufficiale è che l’agente aveva sparato per legittima difesa, in quanto Alberto era armato e stava per esplodere dei colpi verso i due poliziotti: vari testimoni negano però questa versione, affermando che Alberto non era armato; inoltre, come da referto medico, il colpo che lo ha ucciso proveniva dalle sue spalle. Non era quindi possibile, ammesso che fosse armato, che stesse per sparare.
L’assassino di Alberto, come quasi tutti i responsabili degli omicidi dei giovani fascisti avvenuti in quegli anni, è ancora oggi in libertà.
Sezione Trieste Salario - Nucleo FRANCESCO CECCHIN
Sezione Parioli Pinciano - Nucleo JAN PALACH
Intervento di Almirante in occasione dell'omicidio di Giaquinto
Discorso pronunciato da Giorgio Almirante alla Camera dei Deputati nella seduta del 22 Gennaio 1979 ove traspare tuttla l'indignazione e tutta la rabbia
Il 10 gennaio del 1979, al quartiere Centocelle di Roma, dopo una manifestazione in ricordo della strage di Acca Larenzia, un agente di polizia, Alessio Speranza, spara ad altezza d’uomo contro i militanti di destra che stanno fuggendo e un colpo raggiunge alla nuca e uccide il diciottenne Alberto Giaquinto. Speranza fu condannato in seguito per “eccesso di legittima difesa” ma all’inizio si misero in moto i consueti depistaggi per coprire le responsabilità dell’ennesimo omicidio ai danni dell’area di destra. Di seguito il discorso pronunciato da Giorgio Almirante alla Camera nella seduta del 22 gennaio 1979 da cui traspare tutta l’indignazione per il trattamento riservato dalle istituzioni in quel periodo ai giovani del Msi.
“E passiamo, signor ministro, alla tragedia di Roma. Come ella ha visto, ho rinunziato a svolgere le nostre interpellanze ed ho preferito parlare in sede di replica: coltivavo una speranza. Coltivavo la speranza che ella non ripetesse quello che aveva detto qualche giorno fa al Senato. Questo, insieme a quanto ha ripetuto qui alla Camera, ci muove all’indignazione, non solo alla protesta (…) Come si fa a ripetere la versione che le hanno fatto leggere in Senato? Il questore di Roma, carico solo di acidità e di responsabilità, lo tenete ancora in servizio. Si caccia il capo della polizia perché è scappato Ventura, ma il questore di Roma, che ha tentato di infangare la figura di un giovane assassinato, il questore di Roma che avalla ed incoraggia il colpo alla nuca, il questore di Roma che è complice di un assassinio, deve stare al suo posto. Il signor ministro viene qui e ripete a pappagallo quello che gli ha detto, mentendo, il questore di Roma, e quando dico mentendo, lo dico con il concorso di tutta la stampa italiana, ivi compreso Paese Sera e tutta la stampa di regime: non c’è giornale che non abbia reagito di fronte alla madornale menzogna della questura di Roma.
Prima di passare alla ricostruzione dei fatti, vorrei, signor ministro, porre una domanda. Posso capire che all’inizio, terrorizzato per le conseguenze politiche e personali di quanto era accaduto, il questore di Roma abbia potuto diffondere una voce falsa, ma non posso capire che a distanza di due settimane si insista nella menzogna, si insista nel dire che il ragazzo aveva un’arma, si insista nel dire che il ragazzo avesse minacciato il sottufficiale che gli ha sparato, il che era impossibile stando al risultato delle perizie, ed è ritenuto impossibile da tutta la stampa italiana, da tutti coloro che si sono occupati di ciò. Perché, da parte della questura di Roma, si insiste, e, cosa più grave, si insiste anche da parte del Ministero dell’interno? Non perché si voglia coprire qualcuno, bensì perché si vuole ricattare qualcuno. Voi avete paura dell’interrogatorio dell’assassino, avete paura che per coprirsi egli scopra altri. Il questore di Roma ha paura di questo processo che si farà e nel corso del quale verrà fuori la verità.
Signor ministro, le dico qualcosa che la questura di Roma le ha taciuto e che bisogna che l’opinione pubblica sappia. Le hanno fatto mentire persino quando le hanno fatto dire in Senato che il ragazzo era stato immediatamente soccorso e trasportato in ospedale. Il ragazzo è stato lasciato per 20 minuti sulla strada, egli non era morto, bensì agonizzante. Se fosse stato portato immediatamente in sala di rianimazione, un miracolo si poteva verificare, se ne sono verificati in casi del genere. So di dire una cosa atroce, che non avrei voluto dire, ma voi ci costringete a rivelare anche questo. Le dico poi una cosa ancora più grave. Mentre i familiari erano stati avvertiti ed erano corsi in ospedale, il signor questore di Roma chiedo scusa, il questore di Roma ha disposto una perquisizione in quella casa sapendo che i familiari non c’erano, era presente solo un custode, e la perquisizione è stata effettuata da un maresciallo e da due agenti, con un metodo di cui mi vergogno, io che ho sempre difeso la polizia come istituto. Mi sono sempre rifiutato di dire «sbirri», ma questa volta lo devo dire: con un metodo sbirresco, imposto dal capo sbirro il questore di Roma hanno rovistato nella casa e mentre rovistavano ho le testimonianze dirette che porteremo avanti codesti poveri sciagurati, che adempivano un triste mestiere, telefonavano di tanto in tanto alla questura e dicevano: la pistola non la troviamo! Dalla questura si rispondeva: dovete trovarla!
Cercavano una pistola, che dovevano trovare, perché doveva risultare anche questo; bisognava infangare la famiglia, non soltanto il ragazzo; bisognava dimostrare che era un pericoloso bandito. Vergogna!
Si accertino questi fatti; si sarebbero dovuti accertare prima. Ma che razza di ministro dell’Interno è un ministro che ripete il mattinale della questura, di una squalificata questura, di uno squalificato questore, quando ci sono dei ragazzi assassinati? Lei ha persino avuto il coraggio di dire che noi abbiamo fatto del vittimismo a questo riguardo. Del vittimismo? State a sentire. L’anno scorso, tra il 28 dicembre ed il 7 gennaio, ci hanno ammazzato – mi si permetta di dire «ci hanno ammazzato», perché mi sento padre di questa famiglia, come segretario di questo partito quattro ragazzi, purtroppo non soltanto i due assassinati il 7 gennaio davanti alla sede di via Acca Larentia; c’è anche un altro ragazzo, assassinato il 7 gennaio nello stesso luogo, e un altro giovane assassinato il 28 dicembre, pochi giorni prima. Vittimismo? Che abbiamo fatto, signor ministro? Abbiamo riempito Roma di manifestazioni, di comizi, di cortei? Cosa abbiamo fatto, abbiamo mobilitato l’opinione pubblica? Si sono letti appelli di intellettuali? Ma per carità! Si trattava di quattro tipi di destra, lei avrebbe detto «quattro teppisti». Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo chiesto, un anno dopo gliel’ ho chiesto io personalmente di poter celebrare un corteo silenzioso; e nel momento in cui lo chiedevo al sottosegretario per l’Interno, all’onorevole Darida, gli chiarivo che il corteo sarebbe stato preceduto dai parlamentari e dai massimi esponenti del partito per garantirne la correttezza; che non vi sarebbe stata alcuna speculazione; gli spiegavo che non volevamo tenere comizi, perché i comizi sono di pessimo gusto quando si tratta di dare la parola a chi ha dato il sangue. Dopo di che ci avete fatto aspettare giorni e giorni; e voglio dirlo perché è vero, e lei non lo può smentire ci avete detto di sì, nell’imminenza della giornata che stava per giungere; e ci avete detto: «Andate dal questore per concordare con lui le modalità». Ci siamo andati, e ci siamo sentiti dire da quel tipo che, finché lui fosse rimasto al posto di questore di Roma, cortei non se ne sarebbero fatti mai. Faccia tosta; faccia di bronzo, abbiamo scritto nel manifesto; altro che faccia di bronzo! Il corteo, infatti, è stato vietato; e non abbiamo voluto tenere, per rispetto a quei morti, un comizio che sarebbe sfociato certamente in disordini, data la eccitazione naturale dei giovani e dati gli ordini provocatori che il questore lo si è visto aveva già impartito ai reparti da lui dipendenti.
Non esistono squadre speciali? Signor ministro, non so come le chiamiate. (…) Walter Rossi (colpo alla nuca) e Giorgiana Masi (sembra, colpo alla nuca). Vittimisti noi, signor ministro? In memoria di Walter Rossi decine di nostri ragazzi sono stati incarcerati, sono stati processati, sono stati assolti per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussisteva; e sono stati perseguitati, direi scientificamente, con tutta una serie di ingiuriose imputazioni. Si è cominciato ad incriminarli per omicidio premeditato, poi il reato si è declassato a concorso in omicidio, poi concorso morale in omicidio, poi rissa aggravata, poi… niente. E nel frattempo voi non volete dare il nome del brigadiere assassino?
Dopo il delitto, ma soprattutto dopo le prime menzogne della questura di Roma a questo riguardo, ho fatto una pesantissima dichiarazione alla televisione, che ha suscitato le proteste di una parte della stampa di regime e soprattutto dei partiti di estrema sinistra, Partito comunista in testa. L’Unità mi ha dedicato un corsivo in prima pagina: «Il caporione fascista minaccia!». Bene, non a titolo di minaccia, per carità, ma a titolo di avvertimento e di chiarimento, ripeto quelle dichiarazioni qui in Parlamento e uno dei motivi per i quali ho desiderato parlare era proprio questo con estrema chiarezza. Sono il segretario del Movimento sociale italiano-Destra nazionale, partito nato 32 anni or sono, che ha onoratamente vissuto alla opposizione quasi tutta, posso dire tutta, la sua vicenda politica, nel bene e nel male, sbagliando o a ragione. Siamo rimasti in numero minore di quelli che legittimamente entrarono in quest’aula e nell’aula del Senato a seguito delle elezioni del 20 giugno 1976, ma proprio questo essere rimasti in numero minore ed i motivi per i quali siamo rimasti in numero minore mi consentono di dire, onorevole ministro, che a questo partito dovete guardare con attenzione e con rispetto, anche perché non avete nulla da darci e non abbiamo nulla da darvi, se non la nostra seria e responsabile partecipazione alla vita politica del nostro paese; non avete nulla da darci, lo ripeto. Non abbiamo mai partecipato alla lottizzazioni, che piacciono tanto a voi, ai vostri amici, ai vostri scherani, ai vostri complici, ai vostri mercenari. Ed allora parliamoci chiaro. Ritenete di poterci tenere, ritenete di poter tenere questo partito, non solo nella sua classe dirigente ma nella sua gioventù che c’è, alla faccia vostra! al di fuori delle norme della convivenza umana e civile? Ritenete di non potere dar luogo a giustizia per quanto ci riguarda, perché questo noi reclamiamo (non privilegi ma giustizia)? La giustizia se lo ricordi, onorevole ministro, nell’esercizio della sua funzione è la sola alternativa alla violenza. Non ne esistono altre. È inutile parlare di pacificazione. No, la giustizia ci vuole! I giovani questo vogliono, a questo hanno diritto. E parlo dei giovani, non dei nostri soltanto, dei giovani puliti, che ci sono, in ogni senso, in ogni direzione; ci sono tanti giovani puliti, ci sono milioni di giovani puliti i quali vogliono giustizia. Ebbene, in nome dei giovani, nostri ed altrui, noi vogliamo giustizia e non molleremo, onorevole ministro. Che cosa credete di fare? Tenerci fuori perché siamo il partito fascista? Avanti!
All’ordine del giorno, da tempo immemorabile, giacciono le richieste di autorizzazione a procedere a questo riguardo contro di noi e mi dicono secondo la relazione democristiana particolarmente contro di me. Avanti, che cosa aspettate? Oppure vi fa comodo ritenere di poterci tenere sotto questa cappa di piombo e continuare a parlare il linguaggio equivoco di una «violenza di destra», che non avete quasi mai il coraggio di dire missina, ma che, definendola «di destra», attribuite a noi per lo meno come complici morali o come mandanti? Coraggio! Avanti! Giudicateci, processateci!
Il Presidente del Consiglio era in aula il 24 maggio 1973, quando cominciò questo sporco gioco contro di noi come ricostitutori del partito fascista. Ve lo ricordate? L’aula era piena allora, perché non si trattava di fare giustizia né di dare pace al popolo italiano, ma si trattava di far ripiombare il popolo italiano in un clima di guerra civile. C’eravate tutti allora; ed il Presidente del Consiglio Andreotti riteneva di fare una grossa cosa mandandoci sotto processo. Sono passati degli anni: avanti, coraggio! Coraggio, e tenete presente che non vi consentiamo e non vi consentiremo di confonderci con i terroristi di destra o i violenti di destra, se per avventura esistono, se si tratta davvero di sigle, di targhe, di etichette, di ambienti che possano essere definiti, sia pure genericamente, di destra. Ne dubitiamo, ma se per avventura si tratta di ambienti che possano essere definiti di destra e che pratichino la violenza fino al terrorismo, io non ho che da ripetere quello che ho detto alla televisione: sono i nostri peggiori nemici e sono i vostri migliori alleati, vostri e soprattutto dei comunisti! Ricordatevelo, e fate attenzione perché state facendo la fine degli apprendisti stregoni. Ritenete di avere messo in moto questo meccanismo infernale contro di noi, ma si sta ritorcendo contro di voi. Cadono i nostri ragazzi, e me ne duole infinitamente. Cadono ragazzi di sinistra o di altre parti; me ne duole altrettanto, ma cominciate a cadere anche voi, perché siete marci, in questo meccanismo di corruzione indotta, di viltà contagiosa, di menzogna invereconda!
Ecco, signor ministro, quanto avevo da dirle questa sera con tutto il mio ed il nostro disprezzo nei confronti del Governo e anche nei confronti degli uomini che ai vostri ordini si comportano come hanno osato comportarsi nei confronti dei nostri eroici ragazzi.”
Giaquinto - i miei ricordi
"A quest'ora di 39 anni fa andai a prendere Alberto, a casa all'eur con la mia Renault 5 che Pietro, aveva ribattezzato scherzosamente modello Bulgari, per via del colore oro metallizzato e partimmo, con noi, anche un altra persona. Passammo prima alla sede del FUAN di Via Siena, giusto per le ultime e varie e visto che tutto nasceva comunque lì, e poi via in direzione Centocelle, dove tra l'altro nessuno di noi, c'era mai stato.
Nel frattempo si era fatto buio, non riuscivamo a trovare la piazza, s'erano fatte quasi le 18 e noi, continuavamo a girare a vuoto.
Proposi di tornare indietro, prima però facemmo un ultimo tentativo e alla fine trovammo Piazza dei Mirti.
Il tempo di parcheggiare poco prima e partirono i casini, volava di tutto, un Tram diventò subito il nostro bersaglio preferito con la gente dentro che dovette buttarsi sul pavimento della vettura per non prendere i sassi in faccia.
Il solito giorno di
"ordinaria contestazione". Dopo aver bloccato la piazza e continuato a spaccare tutto, tra sirene e macchine che sgommavano, ci infilammo in una traversa della piazza. Precisamente in Via dei Narcisi dove c'era e c'è ancora il cinema Broadway . L'obiettivo era assaltare la locale sezione del PCI che non sapevamo però essere chiusa.
Non ci arrivammo, nel senso che ci eravamo fermati più o meno nei pressi dell'altra piazza dove stava appunto la sezione che ecco dal buio sbucare all'improvviso una macchina che inchiodo', di colpo ne scese una figura con una pistola in mano, un attimo dopo parti' uno sparo. Mi girai d'istinto ma Alberto, non era più accanto a me, stava a terra qualche metro prima".
Il resto è storia.
Giornale d'Italia, 06/01/14
iornale d'Italia Micol Paglia 06/01/14 (Clik articolo )