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Lucien Rebatet (Click immagine)Lucien Rebatet, con il sangue e con l’inchiostro

Cercherò di delineare, senza pretese, solo alcuni aspetti di Lucien REBATET e, soprattutto, per agevolare il mio compito, utilizzerò lo stesso Rebatet che nelle prime righe dei "Decombres" presentandosi come un "rivoluzionario che ha cercato la rivoluzione, un militarista che ha cercato l'esercito e che non ha trovato ne l'uno ne l'altro" afferma che "la prima condizione di assoluta sincerità è che l'autore parli sovente di lui".1 Di questo "collabos", come furono sprezzantemente indicati gli intellettuali francesi che ammaliati dalla "meravigliosa malattia del XX secolo" aderirono al Nuovo Ordine che si andava formando in Europa, pochi erano gli scritti che circolavano in Italia e per lo più ristretti ad un ambito specialistico. Una delle prime tracce appare nella lettera che Suzanne Bardèche, rispettivamente moglie di Maurice Bardèche e sorella di Robert Brasillach, scrive ai due congiunti nel carcere di Fresnes verso la fine di gennaio 1945 ...” Mio piccolo Robert, mio piccolo Maurice, scrivo ad entrambi perché non ho tempo per scrivere due volte ...(segue una descrizione delle visite fatte a famiglie di ebrei aiutati in precedenza da Brasillach) ... Tutte queste persone mi parlano di te con simpatia, però tutte mi dicono: “Che peccato che non abbia abbandonato prima quell'atroce compagnia", e tutti mi rinfacciano "Les Decombres" ... non l'hanno digerito. Da qui a fucilare tutti coloro a cui si trovino "Les Decombres", non passa molto ...”. Da questo scritto traspare, del tutto incidentalmente, l'odio che circondava Rebatet; sentimento probabilmente originato dal fatto che questi si considerasse prima di tutto un propagandista, un propagandista che univa il talento dello scrittore raffinato allo zelo d'un militante. Per dare un saggio della sua penna, che univa con singolare efficacia grintosità a lirismo, ho pensato di presentare un risposta indirizzata, la domenica di Pasqua del 1941, ad un lettore gollista di Je suis partout. Lo scritto è tratto dal n.145 del febbraio 1977 di "Defense de l'Occidente" sotto il titolo "lettere scritte durante la guerra".

Parigi, domenica di Pasqua 1941

Signore,
Voi siete cristiano. Voi siete certamente sincero. Voi non siete anonimo. Voi dunque meritate una risposta.

Non sarò meno franco di quanto non lo siate stato Voi. E' per noi sempre triste vedere un lettore che sembra conoscerci da lungo tempo (...) dare (...) la prova di una simile confusione di spirito, conservare una simile paura delle parole. Quale punto grande come la luna bisognerà dunque che noi mettiamo su tutte le i ? Da quale glossario occorrerà che facciamo accompagnare ognuno dei nostri paragrafi ? (...)

Ma il nome con cui si ornano le cose non impedisce a quelle cose d'esistere. Ho parlato di rivoluzione "nazionalsocialista" perché è la parola "propria", quella che indicherà davanti alla storia questo vasto conflitto d'idee e d'interessi (...)

Io rimpiango quanto Voi, credetemi, che questa lotta non sia stata condotta dalla Francia, che non sia una parola francese ad indicare questa rivoluzione che ha trionfato. Ma questa parola francese noi non saremmo nemmeno stati capaci di forgiarla.

E' peraltro indiscutibile che un ordine nuovo si è stabilito in Occidente, in Italia, in Germania, in Ungheria, in Romania, nella nobile ed ammirevole Spagna, anche in Portogallo. E dicendo che noi ne siamo conquistati da lungo tempo non gettiamo la maschera, non rinneghiamo nulla: poiché l'abbiamo scritto da anni, prima della guerra. Non Vi darò indicazioni bibliografiche, poiché occorrerebbe citare tutte le nostre pubblicazioni. Non eravamo, dal 1934 dei "fascisti assassini ? ".

Eravamo per questo germanofili ? Per nulla al mondo. La maggior parte di noi proveniva dall'Action Francais, che era stato il solo serio punto di resistenza alle idiozie del briandismo (Aristide BRIAND socialista strenuo assertore della Società delle Nazioni fu ministro per 23 volte di cui 10 agli esteri e per 10 volte presidente del consiglio - nato nel 1862, deceduto nel 1932 - n.d.t.). Avevamo annunciato, anche prima dell'Action Francais, la terribile potenza che rappresentava Hitler e la sua certa vittoria.

Siamo stati sostenitori delle soluzioni di forza contro la Germania fino a quando queste soluzioni avessero speranza di successo, vale a dire fino al 1936. Da quel momento siamo stati sostenitori della pace, (...)
Si, da quel momento, non l'abbiamo mai nascosto, noi avevamo più punti in comune con un giovane nazista appassionatamente antigiudeo, antimarxista, anticapitalista ed oltretutto rispettoso della Francia, degli eroici poilu (soldati di trincea. n.d.t.) del 14/18, che con quei Francesi succubi di Leon Blum (politico socialista, costituì un governo di fronte popolare nel 1936/37 e nel 1938 n.d.t.), dei banchetti della City e di Wall-Street. Sapevamo che non restava per il nostro paese che una sola via di salvezza: staccarsi dall'infame e assurda coalizione che la trascinava verso la guerra, fare al proprio interno una rivoluzione nazionale e sociale, una rivoluzione che non aveva nulla a che vedere con la croce gammata, che avrebbe avuto il suo viso francese. (...)

Voi mi ricordate quel passaggio ove Kerillis (giornalista guerrafondaio che dirigeva l'Echo de Paris: Gollista infine avversario accanito del generale) ha previsto, nel 1937, l'entrata in guerra dell'Italia. Non vedete dunque che Kerillis è uno di quei miserabili che hanno spinto con tutte le loro forze l'Italia in questa guerra ? Fate ricorso, ve ne prego, alla vostra memoria. Chi ha osato, quando era ancora tempo d'agire, il solo gesto attivo contro l'egemonia tedesca ? Mussolini, mobilitando nel 1935 le sue truppe sul Brennero dopo l'assassinio di Dollfuss. Mussolini era allora il campione della lotta, in Europa, contro il pangermanesimo. Se vi fosse stato, in quel momento, una Francia "fascista" al suo lato la questione sarebbe stata regolata per un secolo; al posto di veder trionfare in Europa una politica germanofila, avremmo visto trionfare una politica autoritaria latina ... Tutto ciò Mussolini, che ammiro, che rimpiango, l'ha voluto, cercato più di qualsiasi altro. Non poteva nulla senza il nostro aiuto. Ebbene, tre mesi dopo il Brennero, a proposito dell'Etiopia, ci dichiarammo suoi nemici.

Il vostro ammirevole Kerillis fu il più accanito difensore delle sanzioni, d'un piano mostruoso che tendeva a soffocare l'Italia con la fame. Perché? Perché Kerillis era un agente inglese. E l'Inghilterra, egoista e limitata, (...) non vedeva null'altro al di là dei suoi privilegi commerciali, e delle sue prerogative sul canale di Suez, che noi abbiamo fatto, e che lei ci rubò ... L'Italia temeva la guerra tanto quanto noi. Mussolini sapeva che la vittoria della Germania avrebbe fatalmente abbassato il suo paese ad un rango assai inferiore. Chiaroveggente ha fatto tutto per evitare questa catastrofe. Ha recalcitrato fino all'ultimo minuto per dichiararsi contro di noi, ha atteso fino all'istante in cui la neutralità avrebbe fatto perdere al suo paese tutti i suoi vantaggi, sarebbe equivalsa (a causa dell'Africa Inglese) ad un tradimento. Ha sperato fino all'ultimo in un soprassalto della nostra saggezza, una pace separata che, intervenendo il 20 maggio, dopo Sedan, ci avrebbe salvati dall'invasione. Mussolini non era un imbecille o un venduto ... Mussolini, inserito nel nostro gioco nel 1936, grazie a qualche concessione, avrebbe voluto dire la (...) vittoria possibile contro la Germania e gli eccessi del pangermanesimo.

Era la nostra politica. Evidentemente non tendeva a proteggere i principi democratici e le pingui casseforti, ma a fare della Francia l'arbitro supremo, il primo paese d'Europa. Si è preferita la politica del mercenario degli Inglesi, quella del vostro Kerillis. (...)
Noi siamo tutti poveri. Non abbiamo mai preso un centesimo da chichessia. Noi siamo talmente "hitleriani" che ci sono occorsi sette mesi per ottenere dalle autorità tedesche l'autorizzazione a riapparire, che ce ne sono occorsi nove per far liberare il nostro amico Brasillach capo redattore, quando un nugolo di infimi giornalisti senza colore politico sono stati rilasciati dopo l'autunno dai campi di prigionia. (...)
Ci resta una possibilità: quella di poter negoziare convenientemente (...) presentando al tavolo della pace un governo "fascista", "nazionalsocialista", "guardia di ferro", ciò che voi vorrete, ma in ogni caso un governo di tipo autoritario, che sia capace di provare che la Francia ha rotto con la democrazia, che rinnega una guerra di crociata fatta contro la giovane Europa dittatoriale, che è pronta ad assumere in quest'Europa un ruolo economico e intellettuale degno delle sue risorse e del suo passato. Che questa speranza sia precaria, non lo nascondo affatto. Che questo ruolo sia di secondo piano, è l'evidenza. Ma che volete ! Bisogna che ci mettiamo in testa che una nazione paga sempre errori come quelli che abbiamo commesso. E poi, non abbiamo scelta. (...)
Vi domando peraltro di riflettere a tutto ciò, perché ho la convinzione di dirigermi ad un buon ed onesto Francese che non ha altro torto che quello di non voler ammettere la misera situazione ove si è cacciato il suo paese. (...)
Credete, vi prego, che sono pronto a stringere la vostra mano di Francese, senza alcun rancore, quando ci avrete infine dato ragione. “


Vorrei porre in risalto un aspetto spesso trascurato, il frequente richiamo alla "latinità", il legame affettivo quasi ancestrale che unisce Rebatet alla Spagna e all'Italia. Nei "Decombres" asserisce che fra i popoli "è lo Spagnolo quello su cui ha meno inciso l'abbrutimento moderno"2 mentre in una sua autobiografia afferma il suo "amore per l'Italia ove mi sento infinitamente meno straniero che nella provincia francese".3 Questo sentimento era largamente condiviso dalla maggior parte degli scrittori collaborazionisti francesi. Drieu la Rochelle nel suo Gilles così ci descrive i giovani volontari castigliani: (...) d'una semplicità inespugnabile (...) fatti di quella razza eternamente primitiva che ancora forma la profondità dell'Europa.4 Brasillach (a questo proposito è doveroso un ricordo del suo avvocato Jacques ISORNI, recentemente scomparso) situa una larga parte dei suoi romanzi in Spagna o in Italia; da “I sette colori”: "(...) le insegnerò (...) questa Italia nuova (...) sono sicuro che le piacerebbe (...) il fascismo italiano, mi sembra resti grazioso. Tutto questo popolo ride, si diverte, esprime un sorprendente sollievo (...) quel che mi piace è la grande impressione di libertà, è il parlare con un ciabattino (...) udire la sua dolce parlata cantante (...) so che il popolo è delizioso (...) mi piace vedere i bambini giocare insieme, vederli strappati alla miseria, al sudiciume, alla mendicità."5.
Forse inconsciamente una parte, qualitativamente importante, fra gli scrittori "impegnati" francesi colloca il cuore di questo nascente Nuovo Ordine Europeo sulle ridenti coste del Mediterraneo. A questo fascino non poteva sfuggire Rebatet che nel rifugio di Sigmaringen, negli ultimissimi mesi di guerra assaporava la gioia di consultare i preziosi volumi di storia della pittura italiana.
Spero che queste poche pagine possano contribuire a stimolare l'approfondimento di questo caustico e brillante scrittore giornalista cui lascio le ultime parole "(...) Ho molto sgobbato, per un modesto profitto, con una rassegnazione interrotta da accessi di rabbia. Valevo di più, lo so. Ma non si è cospirato per chiudermi il becco? (...)"6.


Giancarlo ROGNONI

Note:
1. Lucien REBATET, Les Decombres, Parigi, Les Editions Denoel, 1942, p.11.
2. Pol VANDROMME, Rebatet, Parigi, Editions Universitarie, 1968, p.31.
3. Pol VANDROMME, Rebatet, Parigi, Editions Universitaires, 1968, p.110.
4. Pierre Drieu La Rochelle, Gilles, Parigi, Gallimard; nella traduzione italiana a cura di Luciano Bianciardi, Gilles, Milano, Sugar Editore, 1961, p.626.
5. Robert Brasillach, Les sept couleurs, Parigi, Plon, 1936; nella traduzione italiana a cura di Orsola Nemi, I sette colori, Milano, Edizioni del Borghese, 1966, p.68.
6. Pol VANDROMME, Rebatet, Parigi, Editions Universitaires, 1968, p.122.

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