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Definizione di Fascismo, tratto da Dizionario di Storia 2010, Enciclopedia Treccani. Il testo ripercorre le fasi storiche della nascita del Fascismo analizzando anche le cause storiche della sua nascita.

Fascismo Movimento politico italiano fondato nel marzo 1919 da Benito Mussolini, costituitosi in partito nel nov. 1921, giunto al potere nell’ott. 1922, e trasformatosi pochi anni dopo in regime a partito unico; governò l’Italia fino al 25 luglio 1943. Il termine viene anche usato per indicare movimenti e regimi sorti in Europa e in altri continenti, dopo la Prima guerra mondiale, che presentano elementi simili a quelli che furono propri del f. italiano. Con connotazione negativa, il termine è usato talora nel linguaggio corrente come sinonimo di reazione, autoritarismo, razzismo, nazionalismo, imperialismo (in questo senso viene riferito anche a regimi comunisti).

Il fascismo in Italia. Dalle origini alla nascita del PNF. Le origini del f. si innestano nel processo di crisi e di trasformazione della società e dello Stato, iniziato in Italia negli ultimi decenni dell’Ottocento con l’avvio dell’industrializzazione e della modernizzazione, accompagnate da fenomeni di mobilitazione sociale, che coinvolsero il proletariato e i ceti medi e diedero un forte impulso alla politicizzazione delle masse. Alcuni motivi culturali e politici che contribuirono alla formazione del f. sono presenti, alla vigilia della Prima guerra mondiale, in movimenti radicali di destra e di sinistra (il nazionalismo, il sindacalismo rivoluzionario, il futurismo), come, per es., il senso tragico e attivistico della vita; il mito della volontà di potenza; l’avversione per l’egualitarismo e l’umanitarismo; il disprezzo per il parlamentarismo; l’esaltazione della funzione delle minoranze attive; la concezione della politica come attività per organizzare e plasmare la coscienza delle masse; il culto della giovinezza come aristocrazia dirigente; l’apologia della violenza e dell’azione diretta; la visione della modernità come esplosione di energie umane e conflitto di forze collettive, organizzate in classi o nazioni; l’aspettazione di un’incombente svolta storica che avrebbe segnato la fine della società borghese liberale e l’inizio di una «nuova epoca». Lo Stato liberale, che aveva superato vittoriosamente la prova della guerra, non resse alle tensioni e ai conflitti della nuova politica di massa. L’esperienza della guerra, l’esasperazione nazionalistica per la «vittoria mutilata», il mito della rivoluzione bolscevica portarono alla radicalizzazione e alla brutalizzazione della lotta politica, che riesplose con episodi di vera e propria guerra civile, travolgendo il quadro istituzionale tradizionale e creando una profonda crisi di potere, di autorità e di legittimità. Nonostante i propositi di rinnovamento, la classe dirigente liberale fu incapace di far fronte all’irruzione di nuove masse nella politica, alla gravissima crisi economica e alle tensioni sociali durante il cosiddetto biennio rosso (1919-20), con una ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del Paese, condotti in gran parte dal massimalismo socialista all’insegna di una imminente rivoluzione che avrebbe portato, anche con la violenza, alla dittatura del proletariato. La rapida successione di governi deboli, privi di solida base nel Parlamento e nel Paese, fra il 1919 e il 1922, diffuse la sfiducia verso lo Stato liberale anche fra i ceti borghesi che fino ad allora lo avevano sostenuto, rendendoli disponibili a soluzioni autoritarie. Le elezioni politiche nel nov. 1919, col sistema proporzionale, segnarono la fine dell’egemonia parlamentare del liberalismo e l’affermazione del Partito socialista e del Partito popolare. Contro lo Stato liberale scesero in campo anche nuovi movimenti politici che si richiamavano all’interventismo e al mito dell’esperienza di guerra, come il sindacalismo nazionale, il Partito futurista (➔ futurismo), l’arditismo, il fiumanesimo: essi si consideravano avanguardie della «rivoluzione nazionale» che avrebbe realizzato l’integrazione delle masse nello Stato e la nazionalizzazione delle classi, portando al potere l’«aristocrazia del combattentismo». Il f. nacque nell’ambito di questi movimenti ma, in principio, nonostante la notorietà in campo nazionale del suo promotore, non fu il più numeroso e neppure il più influente. Alla riunione indetta a Milano il 23 marzo 1919 per dar vita ai Fasci di combattimento, parteciparono forse un centinaio di militanti della sinistra interventista: ex socialisti, repubblicani, sindacalisti, arditi, futuristi. Il termine «fascio», tipico della tradizione repubblicana, derivava dai Fasci di azione rivoluzionaria, costituiti all’inizio del 1915 da un gruppo di sindacalisti con l’adesione di Mussolini, espulso dal PSI per la sua scelta interventista. L’espressione «movimento fascista» appare, forse per la prima volta, nell’apr. 1915, su Il Popolo d’Italia per definire un’associazione di tipo nuovo, l’«antipartito», formato da «spiriti liberi» che rifiutavano i vincoli dottrinari e organizzativi di un partito. Anche i Fasci di combattimento nacquero come «antipartito» per mobilitare i reduci al di fuori dei partiti tradizionali. Il f. si proclamava pragmatico e antidogmatico, anticlericale e repubblicano; proponeva riforme istituzionali, economiche e sociali molto radicali. I fascisti disprezzavano il Parlamento e la mentalità liberale, esaltavano l’attivismo delle minoranze, praticavano la violenza e la «politica della piazza» per sostenere le rivendicazioni territoriali dell’Italia e combattere il bolscevismo. Per tutto il 1919 il f. rimase un fenomeno trascurabile nonostante l’attivismo e la campagna a sostegno dell’impresa di Fiume condotta da G. D’Annunzio. Nel primo Congresso nazionale (Firenze, ott. 1919), gli iscritti erano poche centinaia, sparsi nell’Italia settentrionale, con rarissime presenze nell’Italia centrale e del Sud. L’insuccesso dei Fasci fu confermato dalla disfatta nelle elezioni politiche del nov. 1919: alla fine del 1919, in tutta Italia si contavano 37 fasci con 800 iscritti. Dopo la sconfitta elettorale il f. iniziò un cambiamento di rotta, sancito al Congresso nazionale di Milano (maggio 1920) abbandonando il programma del 1919 per riproporsi, con una conversione a destra, come organizzazione politica della «borghesia produttiva» e dei ceti medi che non si riconoscevano nei partiti tradizionali e nello Stato liberale. La svolta portò alla rottura con i futuristi, con gli arditi e con D’Annunzio. Le fortune del f. cominciarono soltanto alla fine del 1920, dopo l’occupazione delle fabbriche (settembre) e le elezioni amministrative dell’autunno, che segnarono l’inizio del declino del Partito socialista, mentre spinsero la borghesia e i ceti medi, convinti di non essere più tutelati dal governo, a organizzare forme di autodifesa contro il «pericolo bolscevico», che allora appariva ancora reale, per riaffermare i diritti della proprietà e il primato dell’ideologia nazionale. Il f. si pose subito all’avanguardia della reazione borghese, come artefice di una violenta offensiva antiproletaria condotta da squadre armate organizzate militarmente (lo squadrismo), che nel giro di pochi mesi distrussero gran parte delle organizzazioni proletarie nelle province della Valle Padana, dove leghe «rosse» erano giunte a esercitare, spesso con metodi vessatori e intolleranti verso i ceti borghesi e talvolta verso gli stessi lavoratori, un controllo quasi totale sulla vita politica ed economica. Perciò l’offensiva squadrista, almeno nei primi tempi, fu accolta favorevolmente dai partiti antisocialisti come una «sana reazione» contro le violenze massimaliste, e ciò consentì al f. di accreditarsi come salvatore dell’Italia dal bolscevismo e di arrogarsi il monopolio del patriottismo. La crescita del movimento, dopo il 1920, fu rapida: gli iscritti aumentarono da 20.165 del dic. 1920 a 187.588 nel maggio 1921, superando i 200.000 due mesi dopo. Questa massa costituiva un movimento nuovo rispetto all’originario «f. milanese», perché era un aggregato di vari «f. provinciali» concentrati soprattutto nelle zone rurali della Valle Padana e in Toscana, mentre la presenza fascista era scarsa nelle zone industriali e quasi inesistente nelle regioni meridionali, salvo la Puglia. La borghesia agraria diede un sostanzioso contributo allo sviluppo del f., mentre la borghesia industriale, anche se in qualche zona finanziò i Fasci, fu più esitante a sostenerlo. La classe operaia rimase in gran parte refrattaria alla propaganda fascista, che invece riuscì ad attrarre un consistente seguito fra i lavoratori della terra che aspiravano alla proprietà e volevano sottrarsi al controllo delle leghe rosse. Sociologicamente, il f. fu soprattutto una manifestazione della mobilitazione dei ceti medi, sia tradizionali sia emergenti, i quali costituivano una massa sociale in gran parte nuova alla politica, e, avendo dato un contributo decisivo alla guerra, si consideravano i legittimi rappresentanti della «nuova Italia» cui spettava assumere la guida del Paese. Ai ceti medi apparteneva la grande maggioranza dei dirigenti dei Fasci e dei capi dello squadrismo, come pure gran parte dei militanti: ufficiali smobilitati, organizzatori di mestiere, professionisti, impiegati, artigiani, commercianti, studenti e intellettuali. E fu soprattutto l’adesione dei ceti medi che diede al f., in quanto movimento di massa, dinamismo e ambizioni politiche che lo spinsero al di là della funzione contingente di strumento della reazione antiproletaria. Forte della sua rapida affermazione, il f. partecipò alle elezioni del 1921 nei Blocchi nazionali, patrocinati da Giolitti, conquistando 35 seggi. Il vecchio statista pensava di porre fine allo squadrismo «parlamentarizzando» il f. ma, dopo il successo elettorale, Mussolini recuperò libertà di azione, mentre continuarono le violenze degli squadristi contro socialisti, comunisti, repubblicani, popolari ed esponenti parlamentari. Il perpetuarsi di queste violenze, con episodi di efferata crudeltà, suscitò la condanna anche dell’opinione pubblica borghese che, ritenendo esaurita la funzione della «sana reazione», reclamava il ritorno alla normalità sotto l’impero della legge. Il governo Bonomi (luglio 1921-febbr. 1922) tentò di porre fine alla violenza politica favorendo un «patto di pacificazione» fra fascisti, socialisti e dirigenti della CGDL, sottoscritto il 3 agosto. Con questa iniziativa, Mussolini mirava a inserire stabilmente il f. nella politica parlamentare, spingendosi fino a ipotizzare una alleanza parlamentare con i popolari e i socialisti. Attraverso l’accettazione del patto, che aveva incontrato l’opposizione di molti esponenti dello squadrismo, Mussolini voleva anche far valere la sua autorità di capo sui «f. provinciali», per porre un limite alle violenze squadriste che, sconfitto il socialismo, rischiavano di isolare il fascismo. La maggior parte dei capi dei «f. provinciali», come Marsich, Grandi, Balbo, Farinacci, rigettarono il patto, contestando pubblicamente a Mussolini il diritto di considerarsi capo del fascismo. La crisi fu uno dei momenti più difficili nella storia del f., ma alla fine fu superata con un compromesso, al congresso di Roma (nov. 1921). Mussolini riuscì a far accettare definitivamente il suo ruolo di «duce» e la trasformazione del movimento in Partito nazionale fascista (PNF), ma gli squadristi ottennero l’abbandono del patto di pacificazione e la valorizzazione del loro ruolo nel nuovo partito. Dallo squadrismo, infatti, il PNF derivò l’organizzazione e l’ideologia, assumendo definitivamente il carattere, per molti aspetti originale, del partito milizia. E ciò non solo perché l’organizzazione era dotata di un braccio armato, ma perché i fascisti si consideravano un partito diverso dagli altri, una milizia eletta di credenti e di guerrieri, animati dalla fede nel mito della nazione. La loro cultura politica rifiutava il razionalismo e assumeva, come forma superiore di coscienza politica, la fede nei miti di una religione laica fondata sul culto integralista della patria, sul senso comunitario del cameratismo, sull’etica del combattimento e sul principio della gerarchia. Nel 1922, con oltre duecentomila iscritti, un esercito privato, associazioni femminili e giovanili, sindacati con circa mezzo milione di aderenti, il PNF era la più forte organizzazione del Paese, mentre gli altri maggiori partiti erano in crisi per le divisioni interne o per i continui assalti cui erano sottoposti da parte dello squadrismo. Il PNF esercitava un dominio incontrastato in gran parte dell’Italia settentrionale e centrale, operando come un vero e proprio «antistato» nello Stato.

Dalla marcia su Roma al discorso del 3 gennaio 1925. Nella primavera del 1922, mentre la guida del Paese era affidata al debole governo di Luigi Facta (febbr.-ott. 1922), il f. riprese l’offensiva militare per estendere il suo predominio su altre zone del Paese e moltiplicò gli attacchi contro le sinistre e il partito popolare, sfidando apertamente lo Stato liberale con mobilitazioni di piazza e occupazioni di città. L’idea di una «marcia su Roma» maturò dopo il fallimento dello «sciopero legalitario», proclamato all’inizio di agosto dall’Alleanza del lavoro per protestare contro il f. e contro la debolezza manifestata dal governo nei suoi confronti. Il PNF reagì con una violenta rappresaglia, distruggendo quel che rimaneva delle organizzazioni operaie. Allora risultò chiara l’impotenza dello Stato liberale e l’incapacità dei partiti antifascisti, per reciproche rivalità, a trovare un accordo per dar vita a un governo capace di ristabilire l’autorità dello Stato. Molti sottovalutavano ancora la forza del f. e la sua volontà di conquistare il potere, considerandolo un movimento destinato a esaurirsi in breve tempo, per mancanza di una propria autonoma capacità d’esistenza, ovvero a essere riassorbito nel vecchio sistema. Convinti di ciò, la classe dirigente, il mondo economico, le istituzioni tradizionali ritennero necessario, per risolvere il problema del f., coinvolgere il PNF nelle responsabilità di governo, non cedendogli il potere, ma inserendolo in una coalizione presieduta da un esponente della vecchia classe dirigente. Mussolini fece mostra di essere disposto a un compromesso, per prevenire la formazione di una maggioranza antifascista, ma anche per evitare eventuali colpi di testa dei fascisti rivoluzionari. Alla vigilia della «marcia su Roma» (28 ott.) il duce proclamò che il f. rispettava la monarchia e l’esercito, riconosceva il valore della religione cattolica, intendeva attuare una politica liberista favorevole al capitale privato e restaurare l’ordine e la disciplina nel Paese. Contemporaneamente il PNF accelerò la crisi dello Stato liberale esibendosi in nuove manifestazioni di forza contro il governo, come l’occupazione di Bolzano e di Trento (1-3 ott.). Mussolini attuò un abile gioco di trattative separate con i maggiori esponenti del liberalismo, facendo credere a ciascuno di essi di essere disponibile per una partecipazione al governo con moderate richieste, assicurandosi anche l’appoggio della massoneria (cui molti fascisti appartenevano) per sfruttare la sua influenza negli alti gradi dell’esercito e nei circoli di corte. Combinando la pratica terroristica con il compromesso politico, il PNF mise in atto con successo una nuova tattica di conquista del potere per mezzo di una «rivoluzione legale»: la marcia su Roma infatti non fu una vera e propria insurrezione armata, che sarebbe certamente fallita in uno scontro con l’esercito regolare, ma un’arma di pressione e di ricatto sul governo e sul re per indurlo a cedere alle pretese del PNF. E in questo senso, seminando la confusione ai vertici dello Stato, la mobilitazione fascista conseguì il massimo risultato col minimo rischio, perché riuscì, specialmente per decisione di M. Bianchi, segretario generale del PNF, a far fallire l’ipotesi di un governo Salandra o Giolitti, auspicata dalla monarchia, dagli industriali e dagli stessi fascisti moderati, facendo alla fine prevalere la soluzione di un governo Mussolini, dopo il rifiuto del re di decretare lo stato d’assedio per stroncare l’insurrezione squadrista. Il 31 ott. Mussolini formava il nuovo governo: ne facevano parte, con i fascisti, esponenti liberali, popolari, democratici e nazionalisti. Il governo ottenne, con larga maggioranza, la fiducia dalla Camera e dal Senato, che concessero anche i pieni poteri al presidente del Consiglio per l’attuazione di riforme fiscali e amministrative. La sanzione parlamentare non cancellava però la gravità di quanto era avvenuto. Per la prima volta nella storia delle democrazie liberali europee e dello Stato unitario italiano, il governo era affidato al capo di un partito armato, che aveva una modesta rappresentanza parlamentare, ripudiava i valori della democrazia liberale, esaltava la militarizzazione della politica e proclamava la sua volontà rivoluzionaria di trasformare lo Stato in senso autoritario. In questa prospettiva, la marcia su Roma può essere considerata storicamente il primo passo verso il regime totalitario, anche se la trasformazione dello Stato non seguì un disegno preordinato e chiaramente perseguito fin dall’inizio. Il consolidamento del f. al potere avvenne attraverso diverse fasi. Fino al delitto Matteotti (10 giugno 1924), Mussolini attuò una politica di coalizione con altri partiti disposti a collaborare, assimilando le forze affini come l’Associazione nazionalista (assorbita dal PNF nel febbr. 1923), servendosi dei mezzi legali di repressione per ostacolare l’attività dei partiti antifascisti, e cercando anche di contenere la violenza squadrista, che proseguiva al di fuori del suo controllo. Nello stesso tempo, Mussolini decise di togliere al PNF qualsiasi autonomia per sottoporlo alle sue direttive. Nel dic. 1922 istituì un nuovo organo supremo del partito, il Gran consiglio, di cui egli stesso era presidente, esautorando di fatto gli organi dirigenti nominati dal congresso del 1921. Inoltre, con l’istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (14 genn. 1923), Mussolini legalizzò la milizia fascista, sottraendola al partito e ponendola sotto il suo diretto comando. Queste misure non bastarono a disciplinare il partito, né a frenare l’anarchico illegalismo dei capi squadristi (i «ras») che continuavano a spadroneggiare nelle province, imponendo la loro volontà anche ai rappresentanti del governo. Fra il 1923 e il 1924 il PNF fu investito da una gravissima crisi, provocata dall’accorrere di migliaia di nuovi aderenti sul carro del vincitore e dalle rivalità di interessi e di ambizioni nella corsa all’arrembaggio delle cariche pubbliche. Ma la crisi assunse anche carattere politico con il proliferare di fazioni e di Fasci dissidenti e autonomi, e soprattutto con lo scontro fra i «revisionisti», fautori della normalizzazione e della smilitarizzazione del PNF, e gli «integralisti», che esaltavano il ruolo del partito milizia e volevano continuare la «rivoluzione fascista» fino alla conquista totale del potere e alla costruzione di uno Stato nuovo. Mussolini, anche se non era insensibile ai miti della rivoluzione fascista, mirava invece a consolidare il suo potere principalmente attraverso il compromesso con le istituzioni tradizionali, con la Chiesa e con il mondo economico, che formavano l’eterogeneo fronte dei fiancheggiatori del suo governo. Per ottenere una maggioranza parlamentare più ampia e sicura, fece varare una riforma elettorale, nota come «legge Acerbo», approvata dalla Camera nel luglio 1923, che assegnava un premio di maggioranza alla lista vincente. Le elezioni politiche dell’apr. 1924, avvenute in un clima di intimidazioni e di violenze, assicurando una larga maggioranza al governo sembrarono far prevalere la politica mussoliniana. Ma l’assassinio di G. Matteotti, la profonda emozione che il delitto suscitò nel Paese, la secessione parlamentare della maggioranza dei deputati antifascisti (il cd. Aventino), diedero un grave colpo alla politica di coalizione e fecero vacillare il governo. Mussolini riuscì comunque a evitare la caduta perché le opposizioni antifasciste non seppero sfruttare politicamente la situazione e soprattutto perché la monarchia e i fiancheggiatori gli confermarono la fiducia, condizionandola però, in modo sempre più pressante, alla realizzazione di una vera normalizzazione e alla liquidazione dell’illegalismo fascista. La crisi Matteotti ridiede anche vigore allo squadrismo dei fascisti intransigenti, che costituivano l’unica vera forza del PNF di fronte al rischio di un licenziamento di Mussolini dal governo. E furono i fascisti intransigenti che alla fine del 1924, mentre il fronte dei «fiancheggiatori» cominciava a cedere, imposero al duce la via della dittatura. Con il discorso di Mussolini alla Camera, il 3 genn. 1925, il f. entrò in una nuova fase di consolidamento al potere, mentre una raffica di misure repressive del governo e nuove violenze squadriste si abbatterono su partiti, giornali, uomini politici e intellettuali antifascisti.

Il regime. Nel 1925 iniziò la trasformazione del f. in regime a partito unico, con un complesso di leggi elaborate in gran parte da Alfredo Rocco e varate fra il 1925 e il 1929. Con le leggi 24 dic. 1925, n. 2263, e 31 genn. 1926, n. 100, fu affermata la supremazia del potere esecutivo e la subordinazione dei ministri e del Parlamento all’autorità del capo del governo, nominato dal re e responsabile solo verso di lui per l’indirizzo politico del governo. Anche l’ordinamento dell’amministrazione locale fu trasformato secondo il principio autoritario, con la l. 4 febbr. 1926, n. 237, che pose a capo del comune il podestà, nominato con decreto reale e rigidamente subordinato al prefetto, i cui poteri furono notevolmente accresciuti con la l. 3 apr. 1926, n. 660. La libertà di organizzazione fu abolita (l. 26 nov. 1925, n. 2029, sulla disciplina delle associazioni) e alla fine del 1926 i partiti, tranne il PNF, furono messi praticamente fuori legge, quando, per iniziativa del segretario del PNF Augusto Turati, la Camera dichiarò decaduti i deputati dell’opposizione «aventiniana» e del Partito comunista. Molti antifascisti fuggirono all’estero, dove riorganizzarono la lotta contro il nuovo regime, in collegamento con gruppi che continuavano a operare in Italia, cercando di mantenere viva una qualche attività clandestina di opposizione. La stampa venne fascistizzata, i giornali di opposizione furono soppressi o cambiarono proprietà e si allinearono alle direttive fasciste. Nessuna forma di critica al governo, allo Stato e ai loro rappresentanti era consentita dopo la l. 25 nov. 1926, n. 2008, che reintrodusse anche la pena di morte per i reati contro «la sicurezza dello Stato» e istituì un Tribunale speciale, formato da ufficiali della milizia e delle forze armate, per giudicare i delitti contro lo Stato e il regime. Nel 1928, la riforma della rappresentanza politica (l. 17 maggio 1928, n. 1019) istituì il collegio unico nazionale e attribuì al Gran consiglio il compito di scegliere i candidati alla Camera fra i nominativi proposti dai sindacati fascisti e da altri enti, per formare una lista di deputati designati da approvare o respingere in blocco da parte degli elettori. Lo stesso Gran consiglio (l. 9 dic. 1928, n. 2693) divenne organo supremo del regime, con competenze di rilievo in materia costituzionale, compresa la facoltà di mantenere aggiornata una lista di eventuali successori di Mussolini alla carica di capo del governo (che però non fu mai compilata) e di intervenire nella successione al trono. La costituzionalizzazione del Gran consiglio definì anche il ruolo del PNF nel regime fascista. Dalla fine del 1926, il PNF era divenuto di fatto il partito unico del nuovo regime ma aveva perso la propria autonomia. Mussolini, forte del suo prestigio come «duce del f.» e avvalendosi anche dei poteri dello Stato, riuscì a porre fine all’anarchia dei «ras» e a bloccare le ambizioni degli integralisti come Farinacci, nominato segretario del PNF nel febbraio 1925. Dopo la liquidazione di Farinacci (marzo 1926), con un nuovo statuto (ott. 1926) fu abolita la democrazia interna e il PNF, definitivamente sottoposto agli ordini del duce e privo di una propria volontà politica, fu avviato verso una progressiva burocratizzazione come organo dipendente dello Stato. Ciò non pose fine a tensioni e conflitti fra partito e Stato, che continuarono per tutta la parabola del regime, specialmente a livello provinciale, fra prefetto e segretario federale. Negli anni successivi, durante la segreteria di Augusto Turati (1926-30), di Giovanni Giuriati (1930-31) e soprattutto di Achille Starace (1931-39), il partito ampliò la sfera del suo controllo e delle sue prerogative assumendo una posizione privilegiata nel regime e nell’organizzazione delle masse, mai rinunciando al proposito di acquistare un potere crescente ed effettivo, come continuatore della «rivoluzione fascista», nei confronti delle altre istituzioni dello Stato. Con la trasformazione del regime anche il sindacalismo fu subordinato al controllo autoritario dello Stato. La l. 3 apr. 1926, n. 563, sulla disciplina dei rapporti di lavoro, vietò lo sciopero e la serrata, e istituì la Magistratura del lavoro per la soluzione delle vertenze fra lavoratori e datori di lavoro. Gli unici sindacati riconosciuti rimasero di fatto quelli fascisti. La Confederazione dei sindacati fascisti, costituita nel 1922, era una potente organizzazione sotto la guida di Edmondo Rossoni, che perseguiva l’ambizioso disegno di realizzare un sindacalismo integrale, ponendo lavoratori e datori di lavoro sotto il controllo della sua confederazione. Ma nel 1928 Mussolini vanificò questo disegno imponendo lo «sbloccamento» della confederazione, che venne suddivisa in varie federazioni. Lo svuotamento del sindacalismo fascista, a vantaggio dei datori di lavoro, fu solo in parte compensato dalla politica sociale e assistenziale del regime (contratti collettivi, provvedimenti per fronteggiare la disoccupazione, assicurazioni sociali, organizzazione del tempo libero attraverso l’Opera nazionale dopolavoro). La legge sindacale fu presentata come prima tappa verso l’attuazione dell’ordinamento corporativo per «l’organizzazione unitaria delle forze produttive», secondo i principi definiti dalla Carta del lavoro (21 apr. 1927). Un ministero delle Corporazioni fu creato nel 1926, nel 1930 venne istituito il Consiglio nazionale delle corporazioni, come organo costituzionale dello Stato, ma le corporazioni furono istituite solo nel 1934. Negli anni Trenta il corporativismo fu esaltato come la risposta originale del f. alla crisi del sistema liberalcapitalista, in alternativa al comunismo, ma nella realtà l’ordinamento corporativo fu solo un nuovo apparato burocratico di scarsa funzionalità, non realizzò affatto la collaborazione paritaria fra lavoratori e datori di lavoro, e tanto meno diede vita a una «nuova economia». In campo economico, dopo la politica liberista dei primi anni di governo, il f. adottò una politica protezionista, ampliando in misura crescente, soprattutto dopo la crisi economica del 1929, il controllo pubblico sulla finanza e sull’industria, con iniziative come la costituzione dell’Istituto mobiliare italiano (1931) e dell’Istituto per la ricostruzione industriale (1933), che potenziarono l’interventismo statale nell’economia, ma al di fuori dell’ordinamento corporativo. Alla fine degli anni Venti, l’architettura politico-istituzionale del nuovo regime era compiuta nelle sue strutture fondamentali. La stabilità del regime si fondava sul compromesso fra il f. e le istituzioni tradizionali e su un efficiente apparato poliziesco, ma anche sul crescente consenso che il f. riscuoteva in Italia e all’estero. La costituzione del nuovo regime fu coronata, nel 1929, dalla conciliazione con la Chiesa e dalle elezioni plebiscitarie. Mussolini affermò definitivamente il suo potere come unica ed effettiva guida dello Stato, esercitando un ruolo indiscusso di mediatore fra le forze vecchie e nuove che convissero, non senza tensioni e contrasti, nel regime. Negli anni Trenta, con la sempre maggiore personalizzazione del potere da parte di Mussolini, il regime assunse sempre più il carattere di cesarismo totalitario, cioè di una dittatura personale fondata sul mito del «duce», sul partito unico e su una complessa rete organizzativa per l’inquadramento e la mobilitazione delle masse. Il mito di Mussolini, personalità carismatica con straordinarie doti di demagogo, fu il fattore principale del consenso che la maggioranza degli italiani manifestò verso il regime, soprattutto negli anni fra il 1929 e il 1936. Il f. utilizzò inoltre un’efficace macchina propagandistica per la valorizzazione spettacolare dei successi del regime, come la «battaglia del grano» e la bonifica dell’Agro pontino, mantenendo le masse in uno stato di mobilitazione emotiva permanente attraverso riti e cerimonie collettive. Per il consolidamento del regime e l’ampliamento del consenso fu decisiva anche l’adesione di molti intellettuali influenti, come il filosofo Giovanni Gentile e lo storico Gioacchino Volpe, che videro nel f. il realizzatore della «rivoluzione nazionale» e l’artefice di una «nuova civiltà». La cultura politica fascista, sviluppando gli elementi originari del partito milizia in senso totalitario, affermò il primato della politica, cioè la risoluzione totale del privato nel pubblico, con la subordinazione dei valori attinenti alla vita dell’individuo al mito dello Stato come valore assoluto. Coerentemente con questa concezione, il f. impose l’indottrinamento alle masse e alle nuove generazioni, inquadrate fin dall’infanzia nell’Opera nazionale Balilla, istituita nel 1926, e su questo terreno non esitò a entrare in conflitto con la Chiesa, nel 1931 e nel 1938, per rivendicare il monopolio dell’educazione della gioventù secondo la sua visione della vita. Pur valorizzando il cattolicesimo come strumento di consenso, il f. si considerò una religione laica della nazione e dello Stato, reclamando dai cittadini una dedizione totale. Con sempre maggiore consapevolezza, il f. tentò di realizzare negli anni Trenta un progetto di integrazione totalitaria della società nello Stato, attraverso la fascistizzazione delle istituzioni, delle coscienze e dei costumi, con l’ambizione di creare un «uomo nuovo» e una «nuova civiltà», fondata sul primato dello Stato.

L’accelerazione del processo totalitario. Fra il 1936 e il 1939, forte del successo della conquista dell’Etiopia (ott. 1935-maggio 1936) e della fondazione dell’impero (9 maggio 1936), che segnò il momento culminante del consenso degli italiani al regime, il f. accelerò il processo totalitario per acquistare maggiore potere e autonomia rispetto alle istituzioni tradizionali, intensificando contemporaneamente la fascistizzazione dello Stato e della società. Momenti importanti di questa nuova fase furono l’istituzione del ministero della Cultura popolare (27 maggio 1937); la creazione della Gioventù italiana del littorio (27 ott. 1937) che unificava le organizzazioni giovanili del regime affidando al PNF il monopolio dell’educazione delle nuove generazioni; il rafforzamento delle prerogative e delle funzioni del Partito fascista al quale un nuovo statuto del 1938 affidava formalmente «la difesa e il potenziamento della Rivoluzione fascista» e «l’educazione politica degli italiani»; l’adozione, sull’esempio nazista, di una legislazione razzista e antisemita (17 nov. 1938); l’abolizione della Camera dei deputati, che fu sostituita con la Camera dei fasci e delle corporazioni (19 genn. 1939). L’istituzione della carica di primo maresciallo dell’impero (30 marzo 1938), conferita tanto a Mussolini quanto al re, fu l’avvisaglia della volontà del f. di svalutare ulteriormente la funzione della monarchia. Contemporaneamente, il regime riprendeva i temi populistici con nuovi provvedimenti di politica sociale a favore dei lavoratori e con il rilancio dell’attività e del ruolo dei sindacati (riconoscimento dei fiduciari di fabbrica, aboliti nel 1929), accompagnata dall’orchestrazione di una campagna antiborghese e da nuove iniziative per la riforma del costume (abolizione del «lei»). L’intensificazione del processo totalitario, mai compiutamente realizzato (e probabilmente mai in nessun tipo di regime totalitario compiutamente realizzabile), fu accolto dal consenso dei militanti del PNF, soprattutto dai giovani, che erano delusi dalla burocratizzazione del regime, come una ripresa della «rivoluzione fascista» in senso più radicale sul piano sia sociale sia politico; ma suscitò anche notevoli resistenze e timori nelle istituzioni tradizionali, nel mondo economico, nel mondo cattolico, fra la borghesia e gli stessi ceti medi, allarmati anche dalle nuove iniziative bellicose del f. in campo internazionale. Fino al 1935 la politica estera fascista, pur animata da propositi revisionisti, e neppure aliena da esibizioni di forza, come era avvenuto nel 1923 con l’occupazione temporanea di Corfù, aveva mirato sostanzialmente a conquistare maggiore prestigio e influenza in campo internazionale con mezzi pacifici, cercando di far valere il «peso determinante» dell’Italia nella politica europea, partecipando all’attività della Società delle nazioni e procedendo d’intesa, in modo alterno, con la Francia e con l’Inghilterra. L’avvento del nazismo in Germania, nel 1933, non incontrò subito le simpatie di Mussolini. Il duce derideva il misticismo razzista hitleriano ed era allarmato dal nuovo revanscismo germanico. Quando, con l’uccisione del cancelliere E. Dollfuss, si verificò il tentativo di colpo di Stato nazista in Austria, nel 1934, Mussolini reagì inviando truppe al Brennero. Ma dopo la guerra d’Etiopia, avvenuta con l’opposizione della Francia e dell’Inghilterra, Mussolini si avvicinò sempre di più alla Germania hitleriana («Asse Roma-Berlino», ottobre 1936), abbandonando la Società delle nazioni (11 dic. 1937) e impegnandosi in una nuova avventura militare con la partecipazione alla guerra civile spagnola a fianco del generale Franco (1936-39). Nel marzo 1938 Mussolini approvò l’annessione dell’Austria al Reich tedesco. La crescente preoccupazione dell’opinione pubblica per il pericolo di una guerra fu palesata dall’entusiasmo con cui gli italiani accolsero Mussolini, «salvatore della pace», dopo gli accordi di Monaco (29 sett. 1938) sulla crisi cecoslovacca. Ciò non impedì al regime di confermare l’alleanza con la Germania, firmata il 22 maggio 1939, e di legare definitivamente il destino dell’Italia e del regime alle sorti dell’imperialismo nazista. Il 7 apr. l’Italia invadeva l’Albania, che venne annessa con l’unione personale dei due regni.

La guerra e la fine del fascismo. Nonostante le esitazioni del periodo della «non belligeranza» dopo lo scoppio del conflitto europeo (1° sett. 1939), Mussolini trascinò il Paese in guerra il 10 giugno 1940 illudendosi su una rapida conclusione con la vittoria dell’Asse. Le disfatte militari subite dall’Italia e l’invasione della Sicilia da parte degli alleati (10 luglio 1943) segnarono la fine del regime fascista, già in piena crisi per la totale perdita di consenso da parte della grande massa degli italiani e la decisione della monarchia, delle forze economiche e della Chiesa di cercare un’uscita dalla guerra liquidando Mussolini e il fascismo. Una disordinata successione di segretari alla guida del PNF negli anni della guerra – E. Muti (31 ott. 1939-30 ott. 1940), A. Serena (30 ott. 1940-26 dic. 1941), A. Vidussoni (26 dic. 1941-18 apr. 1943), C. Scorza (18 apr.-25 luglio 1943) – contribuì ad aggravare la decadenza del fascismo. L’intera struttura del regime crollò rapidamente dopo il 25 luglio 1943, quando il duce, sconfessato dalla maggioranza dei gerarchi del Gran consiglio, fu destituito dal re e arrestato. Lo Stato fascista della Repubblica sociale italiana o Repubblica di Salò (13 sett. 1943-25 apr. 1945), creata dai tedeschi dopo l’8 settembre e la liberazione di Mussolini, fu un estremo tentativo di ridare vita al f. riconducendolo alle sue origini repubblicane. Nell’esperienza del f. di Salò riemersero e si imposero i gruppi più intransigenti e più violenti del f., in parte emarginati negli anni del regime, e furono sviluppate le tematiche antiborghesi e socialisteggianti, affiorate negli ultimi anni del regime, per dare al f. repubblicano un carattere rivoluzionario anticapitalista, ma esaltando anche gli aspetti irrazionali e mitici della militanza fascista, come il misticismo nazionalistico, la sfida alla morte, l’etica del sacrificio, il senso dell’onore, lo spirito guerriero, il culto della violenza. Subordinato ai tedeschi, che lo utilizzarono soprattutto nella repressione antipartigiana, il f. repubblicano fu travolto dalla vittoria degli alleati e delle forze di Resistenza il 25 apr. 1945. Dopo la fine della guerra, l’esperienza del f. di Salò fu, in larga parte, la matrice e il modello dei movimenti neofascisti ricostituiti nell’Italia repubblicana.

Il fascismo in Europa. Forze politiche analoghe al f. italiano, cui spesso si ispirarono, sorsero fin dagli anni 1920 in quasi tutti gli Stati europei e negli anni 1930 si delineò un movimento fascista internazionale che intrise della propria ideologia e del proprio costume anche regimi tradizionali. Il f. internazionale si presentò come reazione anticomunista e antirivoluzionaria, e si giovò della crisi di credibilità delle democrazie. Anche a causa della recessione dei primi anni Trenta, l’espansione del f. in Europa avvenne con la presa del potere del partito nazionalsocialista in Germania (1933), che approfondì la crisi dell’equilibrio seguito alla Prima guerra mondiale, alimentando le pulsioni destabilizzatrici presenti in molti Paesi. In Austria – dove erano attive fin dal dopoguerra le Heimwehren («milizie patrie»), ispirate al f. italiano e da questo sostenute – la semifascistizzazione del Paese fu avviata dalla cancelleria di Dollfuss con il varo della Costituzione corporativa del 1934, cui contribuì fortemente anche l’apporto del cattolicesimo. La carta del f. fu dunque giocata in chiave conservatrice ed ebbe funzione di opposizione alle mire espansionistiche della Germania, finché il rafforzarsi del Partito nazionalsocialista austriaco e l’alleanza politico-diplomatica tra Italia e Germania posero le basi dell’Anschluss del 1938, che segnò l’ormai acquisita egemonia politica del nazionalsocialismo. Per qualche verso analoga fu l’evoluzione degli Stati baltici: dal 1926 la Lituania e dal 1934 l’Estonia e la Lettonia sperimentarono governi nazionalisti che guardavano con simpatia al f. italiano. In Portogallo, il regime autoritario, illiberale e corporativo di A. Salazar non venne edificato con il supporto di movimenti di massa, ma si innestò sul regime militare inaugurato nel 1926 dal colpo di Stato del generale Ó. de Fragoso. Altro passo decisivo all’espansione del f. in Europa fu la guerra di Spagna (1936-39), dove già la dittatura di M. Primo de Rivera (1923-30) aveva introdotto suggestioni del f. italiano e una larga sfiducia nella democrazia parlamentare. Si formarono movimenti politici di ispirazione fascista e nazionalsindacalista dalla cui unione nacque la Falange. Fu Franco a guidare la ricomposizione della destra politica e a iniziare la defascistizzazione del regime, che seguitò a mantenere tratti fortemente autoritari. La seconda metà degli anni Trenta segnò il declino di movimenti quali la British union of fascists in Gran Bretagna e il movimento rexista in Belgio. In Francia il governo di Vichy, alcune delle cui motivazioni risalivano alla tradizione conservatrice nazionale, nacque dal compromesso tra un’indipendenza formale e la sostanziale adesione alla politica degli occupanti. In Romania la tradizione fascista era legata alla figura di C.Z. Codreanu e alla Guardia di ferro, partito milizia in cui convergevano motivazioni politiche e religiose e una netta tendenza antisemita. Durante la dittatura di I. Antonescu, il partito di Codreanu (dopo il suo assassinio, guidato da H. Sima) assunse in un primo tempo responsabilità di governo e tentò nel 1941 un colpo di Stato che fallì. In altri Paesi l’espansionismo tedesco favorì o impose l’ascesa al potere di partiti di ispirazione fascista: l’Ungheria, dove le Croci frecciate di F. Szálasi assunsero il potere nel 1944; la Norvegia, durante il governo di V. Quisling; l’Olanda di A.A. Mussert. Infine, si fondarono su rivendicazioni etniche e regionaliste alcuni governi collaborazionisti cui non furono estranei indirizzi politici propri del f. e del nazionalsocialismo, quali la Slovacchia di J. Tiso e la Croazia di A. Pavelić e degli ustaša.

 

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