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Monte d'Accoddi (Clik CC licence)Non essendo uno specialista di preistoria e protostoria sarda questo piccolo lavoro si baserà sulla classica curiosità dell’appassionato di tutte le vicende della storia umana, in particolare dovuta alla mia origine sarda e all’interesse generale che questo argomento ha recentemente suscitato in un pubblico sempre più vasto. Questo articolo esclusivamente divulgativo e compilativo intende fornire solo alcune indicazioni di carattere generale e citerà i maggiori studiosi sull’argomento. Ciò che ho potuto notare in questa breve ricerca è il fatto che la preistoria sarda possiede una sua continuità dal Neolitico all’Eneolitico1 (tra il VI° e il III° millennio a.C). La Sardegna per la sua insularità mantenne forti specificità culturali2 e solo dopo questo lungo periodo i movimenti culturali esterni provocarono l’arretramento dello sviluppo autoctono. Vari autori in passato hanno rilevato questi elementi di forte tradizione che si trasmetterono da un periodo al successivo. Gli studiosi hanno confermato il carattere di sviluppo graduale secondo una linea evolutiva della Cultura di Ozieri (nell’isola nord occidentale). Considerando il lasso di tempo cronologico si possono individuare i passaggi di trasformazione dal Neolitico all’Eneolitico nei secoli centrali del IV millennio a.C.; l’esempio più lampante di questo processo è quello del Monte d’Accoddi. Alcuni anni fa la pubblicazione del libro di Eugenio Muroni3, funzionario della soprintendenza Archeologica della Sardegna, ha aperto nuovi scenari d’indagine archeologica e architettonica, riaprendo la vexata quaestio della struttura megalitica risalente alla Cultura prenuragica di Ozieri, sviluppatasi in quell’area della Sardegna nordoccidentale a partire dalla seconda metà del IV millennio a.C.. La simmetria della struttura riprodurrebbe “le stelle della Croce del Sud”, riferibili al “neolitico medio”. Il sito del Monte d'Accoddi, detto anche ziqqurath di Monte d'Accoddi o Akkoddi, fu scoperto nel 1954 a 11 km dalla città di Sassari. Il dibattito ha riguardato soprattutto l’interpretazione archeoastronomica del monumento per il carattere unico della sua archeologia; gli studi ben noti dei celebri archeologi Giovanni Lilliu4 e da Ercole Contu5 e Santo Tinè6, che tra gli anni ‘50 e ‘90 interpretarono i risultati dopo lunghi anni di ricerca. Il monumento è un’eccezione in tutto il bacino del Mediterraneo poiché nelle sue vicinanze sono presenti un insediamento, una necropoli con tombe a domus de janas, un santuario con menhir. Gli artefici nel complesso costruirono una piattaforma sopraelevata, a forma di tronco di piramide, accessibile da una rampa posta in direzione meridionale. Sulla piattaforma venne eretto un ampio vano rettangolare rivolto verso sud, il Tempio rosso. All'inizio del III millennio a.C. la struttura fu abbandonata, venendo poi ricoperta da uno riempimento di strati alternati di terra. Esso è contenuto da un rivestimento esterno in grandi blocchi di calcare. Si formò quindi una seconda grande piattaforma, un secondo santuario, il "Tempio a gradoni" risalente alla cultura di Abealzu-Filigosa. L'edificio funzionò come luogo sacro per molto tempo e fu abbandonato solo intorno al 1800 a.C. Durante l’età del Bronzo antico (3300–3000 a.C.) vi cadde in rovina e divenne luogo di sepoltura. Il rilievo archeoastronomico eseguito nel 1986 dai Edoardo Proverbio e Giuliano Romano7 mise il luce la direzione volutamente astronomica dell’impianto: l’andamento rettilineo deviava ripetutamente a “zig-zag”. La situazione dal punto di vista interpretativo era abbastanza semplice e i due studiosi pensarono ad alcune possibili orientazioni lunari. Nel 2008 E. Muroni8 nel libro sopracitato affermò che la struttura del monumento disegnava le stelle della Croce del Sud, oggi non visibili, ma che 5000 anni fa, era sicuramente nota nella Sardegna nordoccidentale. L’ipotesi avanzata dal Muroni9 è molto suggestiva e interessante per quanto riguarda il simbolismo portato dal cielo alla terra. Questa idea era infatti molto in uso nelle popolazioni che edificarono il grande tempio del monte, ma secondo molti risulterebbe una teoria assai improbabile. Senza adeguate fonti non si possono avanzare con certezza delle teorie, come ha affermato Adriano Gaspani10. Il problema archeologico è principalmente quello della mancanza di strumenti in grado di dimostrare questa ipotesi. La spiegazione - continua Gaspani11 - è probabilmente ancora più semplice. Secondo le misure eseguite da Romano e Proverbio12 gli azimut di orientazione più importanti sono quelli della base della piattaforma e l’asse del tempietto posto sulla sommità del grande monumento, risulta orientato secondo un azimut astronomico pari a 107°,2. Queste direzioni durante il II millennio a.C. puntavano in direzione dell’orizzonte naturale locale in cui sorgevano le stelle della “Cintura di Orione”. In particolare l’accordo tra le direzioni misurate ed il punto di levata delle stelle divenne pressoché perfetto tra il 2300 a.C. ed il 2200 a.C., poiché questa direzione corrispose all’asse maggiore del tempio posto sulla sommità, questo alla maggioranza degli studiosi sembra essere stato l’allineamento più importante, sia per la cultura di Ozieri che per la successiva di Abealzu-Filigosa, quello che ha condizionato la disposizione e forse anche la morfologia dell’intero impianto. Studi ancora più recenti hanno stabilito che la Costellazione di Orione fu sempre ritenuta importantissima e in gran conto dalle popolazioni antiche, in particolare da quelle protosarde. Si tratta secondo la storiografia ufficiale quindi di un punto astronomico di osservazione che fa della civiltà della protostoria sarda, pur mancando di una propria scrittura e di un proprio sistema alfabetico, tra le più affascinanti e avanzate per l’epoca, parliamo infatti di un passato risalente a circa 3200 anni prima che Omero o chi per lui, scrivesse i suoi poemi.

Claudio Usai

Note

1 Il periodo di transizione fra l'età della pietra e quella del bronzo. Cfr. La Preistoria e la Preistoria Volume I - Atti della XLIV riunione scientifica - Relazioni generali. Istituto italiano di preistoria e protostoria. Cagliari, Barumini, Sassari 23-28 novembre 2009

2 Aa.Vv., Ichnussa. La Sardegna dalle origini all'età classica, Milano 1981.

3 Eugenio Muroni , Monte d’Accoddi. La dimenticata nave di una patria perduta”, Cagliari, 2008.

4 G. Lilliu, La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all'età dei nuraghi, Torino 1988.

5 E. Contu, Monte d´Áccoddi (Sassari). Problematiche di studio e di ricerca di un singolare monumento preistorico, Oxford 1984.

6 S. Tinè (a cura di), Monte d'Accoddi. 10 anni di nuovi scavi, Sassari 1992 e S. Tinè, S. Bafico, T. Mannoni, Monte d'Accoddi e la Cultura di Ozieri, in "La Cultura di Ozieri: problematiche e nuove acquisizioni", Ozieri 1989, pp. 19-36.

7 Manuela Fano Santi, Edoardo Proverbio e Giuliano Romano, Astronomical Oritetation of Monte d’accoddi, (Sassari Sarnidia), in Colloquio internazionale archeologia e astronomia, Bretschneider, 1991 Venezia 3-6 maggio 1989.

8 Eugenio Muroni , op. cit.

9 Ibidem.

10 Adriano Gaspani, Svelato il mistero di Monte d’Accoddi?, I.N.A.F - Istituto Nazionale di Astrofisica

Osservatorio Astronomico di Brera - Milano.

11 Ibidem.

12 Manuela Fano Santi, Edoardo Proverbio e Giuliano Romano, op. Cit.

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