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Premetto subito che, materialmente, sono morto in Italia ma è stata solo una formalità per sottrarre il mio cadavere. Ma oggi voglio spiegare come un rivoluzionario italiano si trova a combattere e poi a morire in Bolivia. Inizio col dire che in Italia erano in atto da tempo delle gravi persecuzioni nei nostri confronti, queste diventavano concrete con le accuse dei media dove si inventavano di nostre collusioni con le forze di polizia “deviate” e, allo stesso tempo, di compiere delle stragi per innescare una svolta autoritaria a favore di quei poliziotti “deviati”.
Nella realtà arrestavano e uccidevano solo noi, mentre i poliziotti “deviati” erano gli stessi che ci ammazzavano impunemente. Ma i media questo facevano finta di non vederlo.
Tutto questo per ricavarne noi tutti un esilio dove, se si riusciva ad avere un pasto al giorno, ringraziavamo il cielo.
Proseguo col dire che le persecuzioni in Italia non avvenivano solo da parte dei media ma c’era tutta una serie di mandati di cattura emessi da giudici che mai pagavano per i loro tanti errori giudiziari.
Insomma, in Italia allora non c’era solo l’incitamento a uccidere un f*****ta perché “non era reato”, c’era anche la persecuzione giudiziaria perché “mettere in un supercarcere un f*****ta innocente non era reato”.
Così, tanti di noi che sognavano la rivoluzione, avevano deciso di trovare delle zone del mondo nelle quali radunarsi e dove creare una base per far ripartire la Rivoluzione.
Avevamo visto che la Spagna e la Francia ospitavano gli esuli ma non permettevano una reale attività politica. Potevi starci, ma dovevi startene buono.
Noi invece volevamo una nazione dove poter dialogare con la popolazione locale e tentare un convincimento e un coinvolgimento nell’azione rivoluzionaria.
Fuori dall’Europa, c’era da tempo il Sudamerica oppresso e sfruttato dai governi Usa e dalle sue multinazionali. Conoscevamo bene il tema, considerato che in Italia gli Usa governavano tramite la DC. Ma anche molti altri partiti avevano delle componenti che si prostravano ai padroni per ottenere dei benefici, sia di destra che di sinistra.
Stefano delle Chiaie individuò la Bolivia come il Paese ideale dove effettuare il primo tentativo. Poteva essere la Bolivia la base di partenza di tutti i nostri militanti rivoluzionari sparsi per il mondo. Non solo un Paese per ospitarci come esuli ma un territorio dal quale far partire i nostri progetti.
All’inizio confluirono in Bolivia essenzialmente camerati italiani e francesi. E ci arrivai anche io.
In Bolivia si era appena insediata l’ennesima giunta militare ma questo poco importava perché fu la popolazione civile a mostrare un forte interesse per le nostre tesi politiche, non le avevano mai sentite da nessuno. Gli descrivemmo come i meccanismi di potere internazionale assoggettavano le nazioni, tra le quali la Bolivia.
Ovviamente l’ostacolo più grande era la dittatura economica che subiva il Paese dagli Stati Uniti e molti di noi furono inseriti come coadiutori nelle varie posizioni civili della giunta, espressamente per gli aspetti di sviluppo economico, monetario e commerciale. Gli anni di esilio in vari Paesi e in varie situazioni avevano aperto la mente di molti di noi.
La notizia arrivò ovviamente anche in Italia dove media e giudici iniziarono subito a parlare di Internazionale Nera. Avevano capito cosa poteva rappresentare il nostro inserimento in un Paese dal quale avremmo potuto tranquillamente emettere comunicati, senza subire scioglimenti, chiusure di sedi e di giornali. Potevamo interrompere la congiura delle menzogne.
Per bloccare il corso di questo nostro progetto, venni perseguitato in Italia con l’accusa di aver compiuto la strage di Bologna.
Non discuto dell’accusa perché era talmente inconsistente che cadde da sola al primo riscontro di un paio di elementi concreti. Franò nel ridicolo di Fabbriche di cerniere a San Giovanni in Persiceto.
Io fino a quel momento avevo commesso un unico reato in Italia: ero renitente alla leva. Mi ero rifiutato di diventare un militare in uno Stato che mi dava la nausea. E ora mi trovavo accusato di una strage solo perché stavo tentando di risolvere la stampa delle monete boliviane fino ad allora delegata alla Banca d’Inghilterra.
A quel punto accaddero due eventi in contemporanea. Il primo fu che l’ambasciatore americano, precedentemente scappato in Usa dopo il nostro arrivo in Bolivia, tornò rinfrancato da nuovi accordi con una parte dei militari. Il secondo evento fu la notizia che lo Stato Italiano stava montando un’operazione per uccidere Delle Chiaie e magari anche noi.
Stefano e il grosso del gruppo lasciarono la Bolivia per un altro Paese del Sudamerica, bisognava abbandonare quel progetto per qualche tempo. Io chiesi di poterli raggiungere pochi giorni dopo e rimasi.
Non mi sentivo isolato perché molti civili boliviani non avevano cambiato il loro sentimento nei nostri confronti e poi, veramente volevano ammazzare uno per renitenza alla leva ??
Sottovalutai un poco la situazione e arrivarono in 84 con un volo speciale dell’Alitalia. Mi spararono alla nuca (ricordate? Uccidere un f*****ta non è reato, mica Cesare Battisti che frigna) e, diffusasi la notizia, gli amici boliviani corsero a bloccare l’aeroporto e chiamarono Stefano per farlo tornare.
Intervenne direttamente l’ambasciatore americano (lasciò traccia pagando le tasse aeroportuali) e riuscirono a scappare col mio corpo, ormai quasi cadavere.
Nessuno pagò per il mio omicidio politico, anche dopo che fu stabilita la mia totale innocenza (e anche quella degli altri di Avanguardia) su Bologna. Ancora oggi non si conoscono i nomi di chi ha organizzato la spedizione di morte e di chi mi ha sparato materialmente alle spalle su un sagrato di una chiesa. E quei nomi lo Stato li conosce benissimo.
CHI PUO’, RACCOLGA LA MIA PIASTRINA DA SOLDATO DELLA RIVOLUZIONE.

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