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Navas de Tolosa (Clik immagine)Ci sono momenti luminosi, leggendarie vicende belliche, che alterano il corso e il futuro dei popoli e cambiano il segno della loro Storia. La decisiva battaglia di Las Navas de Tolosa, avvenuta lunedì 16 luglio 1212, fu determinante per l'esito della Reconquista della terra di Spagna, nel suo lungo scontro, durato otto lunghi secoli, iniziato nell'anno 718, nell'estremo nord della Spagna, nelle Asturie, nella famosa Battaglia di Covadonga, contro il dominio musulmano nella penisola iberica e che culmino’, vittoriosamente, nel 1492, con la presa del regno Nazari di Granada.

La battaglia trascendentale di Las Navas de Tolosa, il cui sfondo furono le ondulate terre di confine tra l'Andalusia e la Castiglia, a nord-ovest della provincia di Jaén, fu in realtà una vera e propria crociata, intrapresa dal re castigliano Alfonso VIII, alla quale parteciparono, attivamente, altri monarchi e regni peninsulari, che misero le loro truppe e volontari al servizio della Cristianità, nella lotta contro gli Almohadi, come nel caso del re Pedro II d'Aragona o del re Sancho VII di Navarra, che contribuirono alla causa comune con i loro eserciti.

Papa Innocenzo III incoraggiò anche altri regni cristiani europei a partecipare alla grande impresa, concedendo l'indulgenza plenaria dei propri peccati, a coloro che si sarebbero preparati e si fossero uniti alla lotta contro le forze musulmane dell'emiro Muhammad an-Nassir, meglio noto come Miramamolín. . L'arcivescovo di Toledo, Rodrigo Jiménez de Rada, uno degli architetti e protagonista di spicco dello scontro, ebbe un ruolo speciale nella preparazione, nella predicazione e nell'esito di quell'impresa.

A partire dall'anno 1211, il nucleo principale del contingente di cavalieri era concentrato nella città murata di Toledo, la romana Toletum, allora capitale del regno castigliano, dove Alfonso VIII fece insediare la sua corte, che costituirà il grosso delle forze belligeranti, composta da truppe provenienti da diversi confini e territori europei, compatti gruppi di volontari uniti dalla fede, infiammati da una forte morale di vittoria, desiderosi di impegnarsi nella battaglia campale contro il comune nemico arabo invasore, che si presagiva vicina e propizia.

L'esercito cristiano che si conseguì riunire, per quella nuova Crociata di Riconquista, nella quale, oltre a Sua Santità Papa Innocenzo III, erano coinvolti i vescovi delle principali diocesi dei luoghi di origine dei combattenti, era integrato, oltre che dalle milizie della regni di Castiglia, Aragona e Navarra, con a capo i rispettivi sovrani, dagli Ordini Militari di Calatrava e Santiago; i Cavalieri e Cappellani Templari e Ospitalieri, nonché da numerosi volontari e congregazioni originari dei regni e delle terre di Portogallo, León e Francia, quest'ultimi detti "ultramontani", per arrivare da oltre i Pirenei, principalmente dalle regioni di Narbonne e Occitania , luoghi, tutti, dove si era accesa maggiormente la fiamma guerriera della nuova missione di guerra che si sarebbe presto risolta contro il Califfato sul campo d'onore.

Non c'è conferma, né coincidenza, nella valutazione certa del numero dei crociati, che oscillano, secondo le fonti consultate, tra i quattordicimila, contando cavalieri, scudieri e pedine, e gli ottantamila partecipanti all'impresa, sebbene vi sia unanimità di tutti i ricercatori e gli storici, nel considerare che il numero delle forze in combattimento, degli Almohadi, che sollecitamente risposero all'appello della Jihad o guerra santa, era il doppio delle schiere cristiane, e si considerano cifre comprese tra i ventimila e i duecentomilla agareni, integrati da tribù berbere, arabe, andaluse, curde e nere sub-sahariana.

Né sono attendibili le percentuali indicate per i guerrieri, per il luogo di provenienza, sebbene si stimi, senza alcun dubbio, che i cavalieri e i fanti cristiani, di gran lunga maggioritari, siano stati i Castigliani, seguiti dagli Aragonesi e in misura minore i navarresi. Quanto agli ultramontani, secondo gli storici, abbinamo un diapason che oscilla tra i mille ei duemila volontari, tutti dotati di armi, bagagli e rifornimenti abbastanza eterogenei. Si narra che i rigori del clima e le alte e torride temperature di fuoco che dovettero sopportare sull'itinerario, da Toledo al Sud, provocarono gravi danni tra gli ultramontani, che non sopportarono l'insolazione e tornarono, molti dei loro, alle rispettive regioni nei giorni precedenti al combattimento.

Il luogo dello scontro tra i due grandi eserciti, il maggior numero di truppe di tutte le battaglie della Riconquista fino a quella data, non fu esente da gravi e ardue difficoltà, dovute al terreno intricato e scosceso, per poter organizzare la schieramento, in ordine di battaglia, delle avanguardie della prima linea, del grosso, dei fianchi e delle retrovie, con le relative categorie: fanti, arcieri, frombolieri, giavellottisti, balestrieri e cavalleria sia pesante che leggera.

Il re degli Almohadi, Miramamolín, venuto a conoscenza dell'arrivo dei suoi nemici, i cavalieri della cristianità, tentò di ordire un piano diabolico e infido, occupando con le sue abbondanti truppe, alla vigilia dell'avvistamento nelle sue vicinanze, i punti più alti e punti strategici della stretta valle, una gola stretta ed estesa, chiamata Muradal -ora Despeñaperros-, e il percorso obbligato attraverso il quale avrebbe dovuto passare, la ristrettezza di La Losa, sulla sua rotta di marcia, l'esercito cristiano, così sarebbe stato circondatio dall'orografia montagnosa, all'interno di un sacco infernale, luogo dove sarebbe stato crudelmente attaccato alle spalle e l'intera spedizione guerriera sarebbe perita, senza scampo o possibile salvezza.

Quando si resero conto dell'irrimediabile trappola in cui erano immersi, fu provvidenziale l'incontro, per le forze crociate durante la fitta cavalcata, con un importante allevatore della zona, di nome Alhaja, che mostrò loro, quando tutto sembrava avverso e fatale, un itinerario nuovo e sconosciuto, che partiva da un bivio dove, come riferimento o segno vi era un enorme scheletro di manzo, una testa di mucca impagliata, ci si trovava nel mezzo di una zona remota, poco battuta, per poter attraversare Despeñaperros, sentiero appartato conosciuto dai locali, in seguito chiamato Puerto del Rey o Salto del Fraile, e era privo di avversari ostili. Quell'incontro li salvò da un'inevitabile e tragica catastrofe. Da allora, e per tale inestimabile aiuto, il Re concesse al fedele allevatore e ai suoi discendenti l'illustre cognome spagnolo di “Cabeza de Vaca”, che avrebbe raggiunto fama e prestigio secoli dopo, al tempo degli Scopritori del Nuovo Mondo.

Dopo alcune scaramucce di poca risonanza, finalmente, lunedì 16 luglio, in piena canicola, la milizia comandata dal re Alfonso VIII si schierò, in linea di battaglia, su tre grandi assi, dalla pianificazione meticolosamente calcolata, alla quale parteciparono, con forte volontà e spirito di vittoria, sia l'establishment militare, con i tre re combattenti presenti, campioni della Crociata, al comando delle loro forze d'élite: Alfonso VIII di Castiglia, Pedro II d'Aragona e Sancho VII di Navarra, circondati dai membri della nobiltà ispanica ed europea, di lustri lignaggi, e dagli alti dignitari degli Ordini Militari combattenti, insieme ad alcuni influenti prelati come, ad esempio, l'Arcivescovo di Toledo, Jiménez de Rada, che ha testimoniato le prime battute dell'epopea e della mistica che vi confluivano, come segue: “ Verso la mezzanotte dell'indomani nelle tende cristiane si levò un grido di gioia e di confessione, e la voce del banditore comandò a tutti di prepararsi per la battaglia del Signore. E così, celebrati i misteri della Passione del Signore, confessati, ricevuti i sacramenti e impugnate le armi, uscirono a battaglia campale ”; Di quella curia, pontificia e reale, militarizzata , faceva parte anche l'arcivescovo di Narbona, Arnaldo Amalrico, che guidava i volontari occitani; il vescovo Berenguer de Palou, di Barcellona; García Frontín, di Tarazona; Tello Téllez de Meneses, di Palencia; Rodrigo, di Sigüenza; Melendo, di Osma; Bricio, di Plasencia; Pedro Instancio, di Avila; Juan Maté, di Burgos, o Juan García de Agoncillo, di Calahorra. Quei mitrati erano monaci guerrieri, difensori della fede, con la croce e con la spada.

Davanti c'erano i fanatici seguaci di Miramamolín, il caudillo della mezza luna, che duplicava in numero le truppe cristiane, un vero muro umano, che sembrava invalicabile, un vero recinto ermetico e impenetrabile.

Ben presto il paesaggio sereno fu improvvisamente avvolto da un polveroso vortice di furia e coraggio. Le cariche iniziarono; il cielo fu oscurato da frecce incrociate; archi e balestre erano lanciatori incessanti di frecce con punte acuminate; i dardi cominciarono a essere devastanti; si sguainarono spade, brandite da braccia muscolose; le armature e gli scudi risplendevano radiosi nello spietato sole cocente della giustizia; il sudore dei combattenti bagnava la terra assetata sotto i loro piedi; i cavalli nitrivano in mezzo al frastuono, cercando di compiere movimenti avvolgenti; quello fu, a volte, un vero pandemonio apocalittico.

Lo scontro fu brutale e lo sfinimento si fece sentire. Non era possibile prevedere un esito. L'equilibrio volse dalla parte dei crociati, quando il re Alfonso VIII, vedendo l'evolversi degli eventi, decise di intervenire nell'ultima carica, rivolgendosi all'arcivescovo di Toledo, che era al suo fianco, con queste lapidarie parole: “ Arcivescovo, tu e io qui facciamo muro ”. Fu allora che i fianchi della cavalleria cristiana, caricarono con insolita forza contro gli avversari, nelle prime ore del pomeriggio, un'azione che incrinava e apriva varchi tra le linee avversarie, che furono costretti a intraprendere una prima ritirata, che si concluse in seguito con lo sbandamento e infine con la fuga precipitosa, che portò i nemici a subire un devastante inseguimento implacabile nella loro fuga, spezzando le catene protettive delle loro posizioni più sicure, che fu il preludio al trionfo definitivo quando il sole iniziò a nascondersi all'orizzonte , in uno dei suoi tramonti più gloriosi per le armi dei Cavalieri della Riconquista, che segnò un irreversibile prima e dopo, nella lotta per lo sgombero dell'elemento musulmano dalle terre della penisola ispanica, aprendo e spianando la strada verso la vittoria finale, incoronata, nel 1492, due secoli e mezzo dopo l'impresa della mitica battaglia del Navas de Tolosa, trasformata in una vera epopea.

JOSE LUIS JEREZ RIESCO

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