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Processo e morte di un Fascista (Clik immagine)«Se Brasillach fosse ancora tra noi, avremmo potuto giudicarlo. Invece ora è lui a giudicarci» (Albert Camus). Per i tipi del Mulino Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach di Alice Kaplan.

Assassinato per le proprie idee. Non per crimini di guerra. Assassinato per quel che aveva scritto. Per la sua lealtà a un ideale. Per essere stato fedele a sé stesso. Un intellettuale, un poeta e uno scrittore ucciso per non aver abiurato, per non aver cambiato fronte. Brasillach si sentiva un patriota, come Knut Hamsun, come Marguerite Duras, come Drieu La Rochelle. Assassinato, dallo Stato, mentre uno dei capi della Polizia di Parigi, responsabile della deportazione degli ebrei francesi, si ritrovava sospeso per due anni. Assassinato, dopo un processo durato niente. Sia il pubblico ministero sia il presidente della corte avevano lavorato, appena pochi mesi prima, per Vichy. Come niente fosse. Assassinato, perché la Beauvoir diceva che certe parole sono pericolose come le camere a gas. Brasillach non aveva rubato, non aveva ucciso, non s'era arricchito, non s'era fatto corrompere. Aveva scritto. Aveva scritto molto. Letteratura: sembra fosse migliore come critico che come romanziere. Aveva scritto nomi e cognomi e indirizzi segreti, anche. Contribuendo a consegnare cittadini “nemici” nelle mani dello Stato.

De Gaulle, che ne decretò definitivamente la condanna a morte, di lui ha detto: “Le talent est un titre de responsabilite”: in letteratura, come in tutte le cose, il talento è una responsabilità. Porta alla morte. Succede. Prima di morire, Brasillach ribadiva: “So che in questo preciso momento un certo numero di giovani pensa a me. So che tutti questi giovani sanno che non ho insegnato loro nient’altro che l’amore per la vita, la fiducia nella vita, l’amore per il nostro Paese: so ciò in maniera così certa che non rimpiango nulla di ciò che sono stato”.

Non rimpiango nulla di ciò che sono stato. Viva la Francia, ha detto, mentre la nuova Francia gli sparava al petto. Io ho insegnato l'amore per la Francia. Questa è la mia colpa. Fate fuoco. Fuoco. Possibile? Possibile.

Robert Brasillach (Perpignan, 1909 – Montrouge, 1945), scrittore e giornalista (“Action Française”), fascista francese (dal 1934), cattolico, monarchico e nazionalista in gioventù, di sangue catalano. Figlio di un ufficiale dell'esercito caduto in battaglia quando Robert aveva appena cinque anni, pubblicò narrativa (“L'Enfant de la nuit”, “Comme le temps passe”, “Les Sept Couleurs”, “Notre Avan-guerre”), fu prigioniero di guerra dei tedeschi durante l'invasione della Francia, quindi divenne direttore di una rivista di propaganda collaborazionista (“Je suis partout”). Voleva armonizzare fascismo francese e nazionalsocialismo tedesco: tenendoli ben distinti. Credeva che ebrei e comunisti (magari come Gide: falsi, snob e borghesi) fossero nemici della Francia, e tuttavia non voleva pogrom né omicidi. Si definiva un moderato.

Intellettuale antisemita (come Simenon, come Céline), rifiutò di fuggire all'estero dopo lo sbarco in Normandia. Si consegnò al nuovo governo francese solo quando arrestarono suo cognato, suo patrigno e sua madre. A tradimento. Rilasciata, la mamma, non appena Brasillach si costituì. Succede. Imprigionato, fu processato e fucilato dalla Francia gollista con l'accusa di aver collaborato con il nemico, nonostante una petizione sostenuta da protagonisti della scena letteraria come Mauriac, scrittore cattolico, partigiano, antico e un tempo ridicolizzato nemico politico, e Camus, rivale ideologico ma fiero antagonista della pena di morte. Sostenuta e firmata da Jean Cocteau, e Paul Valery. No, Eluard, Sartre e la (sua) compagna Beauvoir tenevano il pugno chiuso. In tasca.

“The Collaborator: The Trial and Execution of Robert Brasillach” (2000) che s'è aggiudicato il Los Angeles Times Book Prize in History, è stato tradotto in IT come “Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach”, interpretando e semplificando il termine “collaborazionista”. È un grande documento, firmato dalla professoressa Alice Kaplan, un'erede di chi fu protagonista e decise le sorti degli sconfitti durante Norimberga, a proposito di chi fu questo intellettuale le cui parole hanno meritato la morte.

Conoscevate Brasillach? È stato, per almeno sessant'anni, uno degli autori proibiti dalla cultura italiana. Ne circolavano edizioni più o meno clandestine, nelle piccolissime case editrici politicamente scorrette; qualche saggio (cfr. “edizione esaminata e brevi note”) sempre d'area, per non dimenticare che c'era stato, altrove, qualcuno che, a differenza dei tanti intellettuali italiani capaci di cambiare fronte come niente fosse, aveva pagato con la vita le sue idee. Fino a qualche anno fa, nominare Brasillach significava farsi riconoscere. Oggi non è così diversa, la situazione. Direi di no. Avete notizia di nuove edizioni italiane dei suoi romanzi, o della sua “Storia del Cinema”? Eppure fu tra i pionieri nella scoperta del cinema giapponese. In tempi non sospetti. Ma Brasillach era un fascista, quindi ucciderlo non era reato, come certi servi dell'ideologia cantavano, e cantano, nei cortei. Leggerlo fa male, è diseducativo, è sbagliato. Non importa che il “London Times “scrivesse, il 29 agosto 1936, che il suo era “il più interessante ingresso del talento giovanile nella Letteratura Francese degli ultimi anni”, quando ancora non era stato tradotto in Inghilterra. Non importa che fosse un uomo incapace di uccidere o di fare violenza. Non importa che non fosse un venduto, o un bandito, o un traditore. Importava massacrarlo, perché la Francia – sosteneva la propaganda di De Gaulle – in realtà aveva vinto la guerra. E quindi doveva cancellare il passato recente. Quello istituzionale, riconosciuto da tutte le grandi potenze mondiali: Vichy. Come no. Victoire!, basta nascondere bene certe cose, come il riconoscimento mondiale della legittimità d'un governo, e tutto passa. Ma poi torna a galla. E con la Storia si devono fare i conti. La Francia non ha ancora finito (cfr. Derrida sull'arte della menzogna, Castelvecchi, 2005).

Mentre l'Italia dormiva beata, tutta contenta della sua storia non condivisa e della sua impronunciabile guerra civile combattuta da nonni molto abili a cambiare uniforme, ideali e bandiera, nel 2003 Il Mulino – non proprio Il Settimo Sigillo – traduceva e proponeva al grande pubblico questo saggio. Risultato? A suo tempo un certo ritorno di critica e di pubblico. Oggi, il vuoto.

Il mio libro ha una dedica. La dedica di un uomo di sinistra, ex sindacalista. Dice, “A Gianfranco. Bene Mauriac, stupendo Camus. Lui... era forse un poeta”. Allora scopriamo perché la Francia repubblicana esordisce ammazzando un poeta. Esordisce regolando i conti con stile totalitario. Si dice (Claude Roy) Brasillach fosse uno che teneva le persone a distanza da “lanterna magica”, che adorasse i libri e amasse le donne solo da lontano. Basso e paffuto, “topo da biblioteca in carne”, era, a inizio carriera, un giornalista letterario instancabile, crudele e carismatico; credeva in un fascismo sentimentale e gioioso. Tra le sue letture principe, c'era Alain-Fournier, “Il grande amico Meaulnes”. Sua sorella e il suo migliore amico, forse è un caso e non una reminiscenza letteraria, si sposarono. Bardèche divenne suo cognato. Secondo certe malelingue (Drieu e Céline inclusi) erano due finocchi (fonte: diario di Drieu, 24 ottobre 1939; 18 maggio 1940; 21 giugno 1940; cfr. nota 15 p. 266 della Kaplan), o quantomeno l'omosessuale era Brasillach. I giudici “repubblicani” adombrarono la stessa accusa. Era filo-tedesco perché aveva dormito coi tedeschi. Traduciamo: era frocio, andava ucciso. Céline, scrivendo di lui ad Albert Paraz, diceva: “è una checca neroniana”. La verità sembra diversa dalle cattiverie del sempre bastardo ambiente letterario: scriveva Roger Grenier, nel 1997: “Prima della guerra, Claude Roy era l'amante di una donna la cui sorella, Annie Jamet, è l'unica donna attribuita a Brasillach. Pare che egli non fosse omosessuale, ma asessuato. Il legame tra Claude Roy e Brasillach starebbe nel fatto che sono stati gli amanti di due sorelle” (cfr. nota 33, p. 269).

L'articolo che diede il là all'accusa, neanche troppo velata, di omosessualità, era questo: “Mi sembra di aver stabilito un vincolo con il genio tedesco, e questo non lo dimenticherò mai. Ci piaccia o no, avremo vissuto insieme. I francesi abituati a riflettere in questi anni avranno più o meno dormito nello stesso letto coi tedeschi, magari non senza diverbi – e gliene resterà un dolce ricordo” (19 febbraio 1944, cfr p. 78, capitolo II).

Basta poco per malignare. Magari l'impreparazione letteraria: la frase “dormire nel letto coi tedeschi” era un omaggio al “Siegfried” di Jean Giraudoux: “Mi coglieranno in flagrante adulterio con la Germania. Sì, sono andato a letto con lei, Siegfried” - scriveva Giraudoux. Cfr. nota 57, p. 302.

Si dovrebbe invece pensare alle reali cause dell'odio: le denunce pubblicate su “Je suis partout”, rivista di cui Brasillach era stato caporedattore. Capitava che su quelle colonne si rivelassero identità e nascondigli di chi cercava di sopravvivere in clandestinità. Ebrei, leader politici del Fronte Popolare, intellettuali esuli. In quegli anni, 76mila ebrei furono deportati dalla Francia, ne tornarono indietro tremila; altri 65mila furono arrestati o internati come ostaggi, detenuti o partigiani (Kaplan, p. 51). In questo senso, Brasillach poteva avere – come molti altri – una responsabilità oggettiva. E la questione si complica. Allora, forse non è del tutto vero che sia stato ucciso “per le parole”: è stato ucciso “per le delazioni”. Parrebbe, ma gioverà sapere che fu l'unico della rivista (!) a essere fucilato. Qualcosa non quadra. Questo è il nodo principe. Stanare i nemici, metterli in rischio di vita, denunciarne la vera identità, implica spedirli al macello. Tutta colpa dello scrittore Brasillach?

Forse aveva ragione Camus: in ogni caso, non si manda a morte chi ha contribuito a mandare a morte, pur senza uccidere. Nessuno deve decidere della vita degli altri. Forse aveva ragione De Gaulle: grande intelligenza? Grande responsabilità. Alla vostra coscienza decidere da che parte stare.

Brasillach non è stato ucciso per i suoi romanzi. È stato fucilato perché dava informazioni sulla residenza di chi si opponeva al regime. Mettiamola così. In clima di guerra, certe cose costano care. Io non avrei mai avallato, in ogni caso, la condanna a morte di un intellettuale. Soprattutto pensando che così facendo l'intellettuale diventa martire. Capisco e comprendo l'entusiasmo cieco di Brasillach nei confronti della patria; meno la volontà di collaborare con l'ex nemico tedesco. Ma non trovo fondamento per una condanna a morte. Mi sembra una decisione delirante.

Non si può condannare a morte un letterato per aver scritto che Hitler era un “poeta” wagneriano. Si deve discutere della sua responsabilità politica sulle delazioni. E sul fatto che Brasillach non aveva mai salvato nessuno degli intellettuali dell'altro fronte, magari: questo sì. Politzer, Decour, Max Jacob, Robert Desnos finirono fucilati o morirono nei campi di concentramento. Questo è un fatto. La ragione? “Ho chiesto misure esemplari contro i capi comunisti perché ho sempre avuto vivissimo il senso della responsabilità del capo. Era contro quelli che, nella Resistenza, a torto o a ragione, avevano ordinato attacchi contro i soldati tedeschi, che occorreva procedere, e non contro gli sventurati presi in ostaggio (...). Onorerò sempre con il massimo rispetto quelli che intendono assumersi la responsabilità davanti alle loro truppe, come Gabriel Pèri, e vorrei che i capi comunisti si assumessero le loro responsabilità, e non solo quelli che eseguono i loro ordini” (p. 180).

Come potete osservare, la questione Brasillach è dolorosa, parla alle coscienze di tutti e pretende risposte. Le parole possono meritare la morte? O almeno: possono meritarle in tempo di guerra? La coerenza può meritare la morte? Allora quanti collaborazionisti, da Renault a Cèline a Gallimard, meritavano una punizione? E ancora. Chi lavorava, pure talvolta da spia, per un governo comunque riconosciuto a livello internazionale, poteva essere considerato responsabile di “intelligenza col nemico”, una volta caduto quel governo? Brasillach diceva di non aver mai approvato che le famiglie fossero separate, e che le donne fossero allontanate dai bambini. E in ogni caso: è forse sensata e giusta la damnatio memoriae delle sue opere? È giusto che una Repubblica nata da una sconfitta si dichiari vittoriosa in una guerra che non ha combattuto, e si senta in diritto di fucilare chi era schierato sul fronte legittimo e riconosciuto dal mondo intero? È giusto, umano e ammissibile che una nazione democratica ritenga di poter fucilare un intellettuale, fascista o comunista o liberale o anarchico, chiamandolo “chierico che ha tradito”?

Soprattutto: patriota di Vichy significava logicamente e necessariamente “traditore nazista”? Andavano puniti quelli che fornivano armi alla Germania o gli scrittori? Da un punto di vista morale, un collaborazionista non equivaleva a un partigiano? Non erano forse entrambi convinti di servire la Patria? Io vorrei chiudere l'articolo lasciando questi dubbi e queste domande sospese. Sospese e fluttuanti nella vostra coscienza. Dico solo, come insegnò l'avvocato Isorni, francese di sangue italiano, che uccidere per le idee è un crimine. L'assassinato è un martire. Ricordo solo che la redazione di “Je Suis Partout”, dopo una prima condanna ai lavori forzati o a morte, venne graziata e amnistiata.

Drieu si suicidò quando ricevette il mandato d'arresto. Céline scappò in Danimarca, venne arrestato e condannato a un anno di prigione e al pagamento di una multa. Altri cambiarono idee, e nascosero per anni il loro passato, forse vergognandosene, forse per opportunismo. Chissà.

La Kaplan, tutt'altro che fascista, conclude – dopo aver raccontato per filo e per segno la storia del processo, dei suoi protagonisti e del contesto letterario: “si trattò di un verdetto esagerato e ingiusto (...) il processo era simbolico (...) il governo compì un'azione irrevocabile, un'esecuzione che consolidò il potere di De Gaulle e dimostrò l'efficienza e la legittimità di una corte di giustizia che operava da appena quattro mesi”.

Così si spense il letterato Brasillach, poeta, romanziere e critico letterario e cinematografico, eterna promessa inespressa della Letteratura Francese. Così nacque la nuova Repubblica Francese: sporcandosi del suo sangue.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Alice Kaplan, professoressa di Letteratura Romanza alla Duke University. Founding director del Duke Center for French and Francophone Studies.

Alice Kaplan , “Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach”, Il Mulino, Bologna 2003. Traduzione di Giuseppe Balestrino. Revisione di Anna Buia. In appendice, Note e Indice dei nomi.

Prima edizione: “The Collaborator. The Trial and Execution of Robert Brasillach”, Chicago Press, 2000.

BIBLIOGRAFIA CRITICA IT: “Robert Brasillach”, di Giorgio Almirante, Edizioni Ciarrapico 1979; “Apologia di Brasillach”, di Gabriele Fergola, Edizioni Settimo Sigillo 1989; “Il Processo Brasillach”, di Jacques Isorni. Edizioni Ar 2007.

Gianfranco Franchi

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