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D'Annunzio in divisa (Clik immagine)Primo marzo 1938, muore, nell'esilio più o meno volontario del Vittoriale, Gabriele D'Annunzio. Dal 12 settembre 1919 e per sedici mesi, a Fiume, portò la poesia al potere e l'"Olocausta" rifulse come un faro di civiltà nella notte che attanaglia il mondo vile, e al quale testimoniò fulgidamente che l'Idea vale più del denaro. Ma il mondo, ieri come oggi, non perdona e quei sedici gloriosi mesi costarono al Comandante il lungo, anche se dorato, esilio del Vittoriale. Colui che avrebbe dovuto essere il duce dei destini della Patria, con l'animo prostrato da quella roboante promessa "Fiume o morte" che non potè e non seppe mantenere, si nascondeva al mondo e soprattutto a quello che era stato il suo mondo, quello della gloria, dei trionfi e delle imprese mirabolanti. Rifiutò di ricevere i vecchi legionari, anche alcuni a cui era legato da antica amicizia, e gli aneddoti sulle scarse visite di Mussolini testimoniano quel "Odi et amo" da sempre cifra del rapporto tra i due. In conpenso la compagnia femminile mai difettò, forse conforto, unico o quasi, al suo isolamento.
Come questa sera, alle 20.05, la morte lo colse seduto al tavolo di lavoro nella stanza della Zambracca della Prioria. Stroncato da un' emorragia celebrale che l'Orbo Veggente, già anni prima aveva presentito:“La sensazione della corda nel cervello – che è per spezzarsi, che può spezzarsi. Il senso della morte improvvisa”.
Nel 1930 il poeta soldato scriveva:“Non soltanto ogni mia casa da me arredata – io scrissi – non soltanto ogni stanza da me studiosamente composta, ma ogni oggetto da me scelto e raccolto nelle diverse età della mia vita fu sempre per me un modo di espressione, fu sempre per me un modo di rivelazione spirituale, come uno dei miei poemi, come uno dei miei drammi, come un qualunque mio atto politico o militare, come una qualunque mia testimonianza di diritta e invitta fede. Per ciò m’ardisco offrire al popolo italiano tutto quel che mi rimane”.
Recatevi in visita al Vittoriale a vedere una casa museo unica al mondo, e a rendere omaggio ad un patriota di "diritta e invitta fede", a colui che avrebbe dovuto essere il duce dei destini della Patria.

Alessandro De Giuli

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