Alessandro Alvarez nel ricordo di un compagno di università
Proponiamo, con il consenso dell'autore che ringraziamo pubblicamente, un articolo apparso su Cinghiale Corazzato nel 2010, a dieci anni dall'assassinio di Alessandro
Alessandro Alvarez: dieci anni dopo
Del funerale di Alessandro conservo poche immagini nitide: ricordo il caldo, fuori stagione, malgrado fossimo a inizio marzo, i visi dei suoi cari drammaticamente impietriti in un dolore indicibile e insopportabile, i suoi camerati ed amici increduli nel ripetere le ritualità che la militanza politica imponeva in questi tristi casi e poi il silenzio, profondo, interminabile, struggente, mentre la sua bara calava nel sepolcro al cimitero di Brugherio, circondata da una folla di amici e parenti. C’ero e mi pare ieri d’avere anch’io accompagnato il caro Alessandro nel suo ultimo viaggio terreno. Alessandro Alvarez, studente di Scienze politiche del nostro Ateneo, moriva assassinato la sera del 3 marzo 2000 in una stradina di periferia a Cologno Monzese a 25 anni non ancora compiuti. Non mi addentrerò (anche perché ne ignoro volutamente la gran parte) nelle complesse e tormentose vicende giudiziarie che seguirono la sua morte. Registro semplicemente che queste vicende diedero un triste e (quasi) inappellabile esito: il suo omicidio è rimasto impunito. Vi è quindi un fatto: un’oscura mano omicida vaga ancora per le città degli uomini, senza che la giustizia umana l’abbia colpita e punita. Se la giustizia degli uomini non è riuscita, la giustizia di Dio però saprà valutare e riequilibrare ogni cosa, con sovrana e inesorabile decisione, a tempo debito. Di certo Alessandro si sarebbe aspettato tutto dalla vita fuorchè di diventare un “caduto”e, come spesso accade in tempi foschi e incerti come quelli in cui viviamo, nemmeno un “caduto” inequivocabilmente identificabile come tale, come possono esserlo i Venturini, i Ramelli, i Mantakas, i Di Nella, i Giaquinto o i De Angelis. Un “caduto” ucciso da un nemico oscuro, repentinamente svanito delle brume di Milano. In fondo anche questo è tipico dell’irregolarità politica e culturale di Alessandro, del suo essere pienamente ribelle e “nazional-rivoluzionario”, come soleva dirmi: non essere mai inquadrabile e non esaurirsi MAI in movimenti, gruppi, partiti e schieramenti. Non condividevo tutti i suoi punti divista e lui non condivideva tutti i miei ma i nostri colloqui erano sempre cordiali. Le idee che aveva abbracciato da giovane, forse più per slancio adolescenziale che per convinzione, le aveva poi approfondite, vagliate e sempre più maturate. All’ indubbio coraggio fisico e alla fermezza sapeva unire equilibrio, realismo e anche prudenza e le sue argomentazioni ed analisi erano chiare, precise e mai semplicistiche. Anche quando trattava i temi più’ gravi o difficili, sapeva unire alla serietà quella freschezza caratteriale che ben gli conoscevamo. Ci vedevamo spesso : l’ultima volta pochi giorni prima che morisse, avevamo parlato a lungo della sua probabile tesi di laurea (la resistenza anti-alleata nel regno del Sud). Avrebbe sorriso Alessandro, con il consueto sarcasmo, pensando al fatto che a ricordarlo sia oggi un indipendentista “padano” e, ancora peggio, un cattolico reazionario, ma forse, proprio in nome di una comune “irregolarità politica” e sostanziale apolitia rispetto alla “democrazia delle marionette”, non l’avrebbe trovato così strano. D’altronde, già la Comunità Antagonista Padana (allora MUP) aveva segnalato con un commosso cartellone il quinto anniversario del suo assassinio nel marzo 2005. Ci sarebbe quindi parso davvero spregevole che il decennale della sua morte passasse sotto silenzio nell’Ateneo che l’aveva visto attivo e appassionato protagonista nel gruppo allora denominato “Comunità studentesca”. Rimediamo noi con questo piccolo (e inadeguato) scritto, nella speranza che un giorno non troppo lontano il nostro Ateneo possa avere anche un’aula (o almeno un’auletta) intitolata a suo nome. Mentre finisco il pezzo, riguardo la foto di Alessandro che da dieci anni sta attaccata poco sopra il mio computer e rivedo lo sguardo pulito dei suoi ventiquattro anni.
Piergiorgio Seveso
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